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Recensione

La città degli uomini che cadono e volano (lettera a New York)

La prima volta che passai davanti al buco che una volta ospitava le fondamenta delle Torri Gemelle non nascondo che provai un senso di malessere. Erano passati già sette anni e quel buco emetteva stridori, botti, grida, borbottii di macchine in movimento, segnali acustici di marchingegni affannati tra la polvere e l’acciaio. Polvere e acciaio. Se penso all’11 settembre del 2011, penso alla polvere che copre metà Manhattan e poi penso alla fragilità dell’acciaio. Dietro alla recinzione del cantiere si ricostruiva quello che era crollato. Pochi giorni fa sono tornato da quelle parti. Ora da quella profonda ferita spuntano, anzi spiccano, le nuovi torri. Da lontano puoi vedere le mille luci degli operai che saldano l’acciaio. Da vicino segui con lo sguardo le linee morbide della nuova costruzione.

Osservando per la seconda volta quello spazio ho provato, ancora, una sensazione di inquietudine. Questa volta nella mente è emersa un’immagine, probabilmente una delle immagini più caratteristiche e più incisive di quel giorno di settembre di (quasi) dieci anni fa. È l’immagine di un uomo che si getta per scampare all’incendio che attanaglia i piani dove lavorava. Sceglie comunque una morte e lo fa mostrando al mondo intero il suo corpo che cade, che scivola lungo le ordinate linee verticali del grattacielo. Centodieci piani e una vita che cade. Il fotogramma di quell’uomo che cade resta impressa nella mia mente come del resto nell’immaginario condiviso. Osservando la nuova struttura nella mente vorticava l’immagine di quell’uomo e poi ho pensato a Don DeLillo e al suo romanzo L’uomo che cade che dell’angoscia di quell’11 settembre racconta in modo eccezionale. Anche lo scrittore ha perso i suoi occhi per quell’immagine. O per quelle immagini. Perché a gettarsi sono stati in diversi ed ogni caduta è un colpo basso, una morsa che strazia il respiro e ti rende terribilmente indifeso.

Nel fresco giardino della St. Paul’s Chapel che si affaccia sul cantiere ho preso a pensare ad un altro libro che sempre delle Twin Towers parla. L’autore è Colum McCann e il romanzo è Questo bacio vada al mondo intero. Storie splendide raccolte insieme da sottili fili narrativi, scrittura sopraffina e tanti personaggi che si alternano in in un paesaggio newyorchese di inizio anni Settanta. Tutto, o quasi, ruota attorno ad un evento che sorprese l’intera città: Philippe Petit cammino su un filo teso tra le due Torri Gemelle incantando chiunque passasse di lì. Il romanzo è una lettera d’amore a New York, le anime che volteggiano tra le storie costruite perfettamente da McCann vivono, amano, ridono, soffrono, imprecano e respirano la città. Il gesto di funambolismo di Petit condisce le storie con un sapore di leggerezza e di libertà tra le altezze di cemento e acciaio che tentavano di toccare il cielo. Quell’uomo non cade. Quell’uomo cammina nell’aria e osserva la città, i suoi abitanti, li guarda dall’alto e li raccoglie tutti con uno sguardo. Come McCann fa con la scrittura.

Riprendo il cammino sulla Broadway lasciandomi alle spalle il cantiere e penso che sto passeggiando nella capitale del mondo delle storie. Probabilmente è per questo che amo questa città. Ogni faccia che incrocio con lo sguardo mi racconta qualcosa. Ogni scorcio, ogni angolo di strada, ogni branco di taxi che colora di giallo lo spazio circostante, ogni tipo che urla “cold water, one dollar!”, ogni raggio di luce che risveglia le facciate dei grattacieli di Lower Manhattan o le gentili ringhiere dell’Upper East Side, ogni mosaico coloratissimo di Harlem, ogni scala antincendio che disegna linee sulle case di Greenwich Village. Forse solo una città come New York poteva accogliere la leggerezza di Philippe Petit e la pesantezza dell’uomo che cade. Ognuno ha portato con sé una storia. New York continua a raccontarle, entrambe.

Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

Discussione

2 pensieri su “La città degli uomini che cadono e volano (lettera a New York)

  1. Bellissimo!
    Finito il mio quinto DeLillo mi immergerò nelle storie di McCann…

    Pubblicato da Lorenzo Castelli | settembre 7, 2011, 1:19 am
  2. Ancora una volta leggerò i libri da te recensiti. Articolo splendido, emotivamente coinvolgente…..non di cronaca per capirci, come tanti di quelli letti in questi giorni.

    Pubblicato da rossella loreti | settembre 14, 2011, 10:12 am

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