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Lezione dei referendum: confrontarsi è meglio che tacere

Prendiamo fiato. Guardiamoci attorno e proviamo a capire un paio di cose riguardo questi referendum. Prima di tutto una confessione: lo ammetto, un risultato del genere non riuscivo proprio a concepirlo. Mi sembrava un’impresa titanica riuscire a raggiungere il traguardo del quorum considerati i precedenti spesso e volentieri contraddistinti da un forte astensionismo. Stavolta invece le cose sono andate diversamente. Ovviamente i piani interpretativi sono tanti, qui intendo provare a fare emergere alcune considerazioni riguardo le logiche e le pratiche che sono state adottate per comunicare i referendum.

Per farlo parto da due domande che il Fabio Chiusi, blogger e da poco in libreria con il saggio Nessun segreto, ieri ha proposto sul suo blog:

1.Il primo giugno mi chiedevo: l’«effetto Pisapia» in rete sarà in grado di spingere i referendum al quorum? Ora il quorum c’è, ma resta da capire grazie a chi e per quale ragione.

2.Altra domanda sul rapporto social media-quorum: hanno aiutato i cittadini ariflettere e decidere con la propria testa, o sono stati semplicemente uno strumento, per quanto diverso dai precedenti, di propaganda?

Vado con ordine. L’«effetto Pisapia» ci aveva fornito dei sintomi evidenti di cambiamento nell’approccio alla campagna elettorale. Attenzione però, non si tratta di un passaggio così immediato e repentino, come di solito tendono a rappresentare (e a semplificare) i quotidiani quando cercano di descrivere questi fenomeni (esempio: il Corriere della Sera tenta goffamente di descrivere tutto ciò, quando spesso e volentieri lascia spazio a tesi apocalittiche sulla rete). Nel caso delle amministrative milanesi gli utenti che si sono messi in moto mettevano in gioco pratiche e linguaggi già pienamente utilizzati in rete. Cosa ha funzionato? Il fatto che, tali pratiche, riuscissero ad arrivare a tutti, a diffondersi perché erano e sono oggi compresi. E soprattutto a far crollare le tesi avversarie decisamente ingessate. Se sette o otto anni fa i blogger erano visti come animali esotici, corpi estranei al corollario mediatico costituito, possessori di uno spazio (il blog appunto) dove poter interagire, oggi chi propone idee tende prima di tutto a condividerle negli ambienti social. Facebook e Twitter a mio parere funzionano soprattutto per questo: offrono la possibilità immediata di interagire con chi condivide idee. I blog hanno fatto la loro parte, e continuano ancor a farla, ma è stata la popolarità galoppante dei social network a far sì che la rete divenisse “pop”, alla portata di molti. Internet sta diventando normale, uno strumento quotidiano e familiare. Interagire, discutere e quindi anche fare campagna elettorale in rete risulta una pratica spontanea.

Intendere il pubblico, e quindi l’elettorato, come un soggetto passivo è stato l’errore di fondo del centrodestra in questi due impegni elettorali. È stato sottovalutato il fatto che il pubblico è connesso. Giovanni Boccia Artieri nel 2009 ha scritto sul suo blog una serie di post dedicati all’ascesa della “cyberborghesia” su Facebook, credo che quelle intuizioni meritino di essere rilette oggi proprio per capire chi è il cittadino e come questo agisce. Provo ad utilizzare alcuni frammenti:

Ci sono sufficienti tracce in Italia per osservare l’uscita dei social network dalla dimensione elitaria fatta da early adopters, spesso utenti della blogosfera, che non hanno saputo trovarne una “funzione” a favore di una massa di utenti che nel loro utilizzo banale e quotidiano stanno delineando uno scenario nuovo. […] E’ l’ascesa delle cyberborghesia, di quella classe media digitale che usa senza essere geek, che ha un’idea della Rete ma solo associata a stretti interessi personali

Interessi personali e relazionali, la semplificazione delle interfacce e una maggiore accessibilità alla rete questo (e altro ancora) ha permesso di rendere quel pubblico in passato prettamente televisivo oggi munito di strumenti adatti non solo alla fruizione (quella fruizione tanto a cuore a chi della politica in questo paese ne ha rivoluzionato i termini affiancandola alle logiche pubblicitarie che del consumo si cibano), ma anche alla interazione.

E qui entra in gioco la seconda domanda posta da Fabio: il rapporto social-media e quorum ha permesso ai cittadini di ragionare con la propria testa o altro non è che una nuova rilettura della già straconosciuta logica di propaganda? Se in Italia stiamo vivendo per la prima volta un ruolo centrale della rete nelle questioni del paese, ciò lo si deve innanzitutto ai numeri. Come scrive Boccia Artieri abbiamo ormai abbandonato i tempi “dei precursori” e siamo entrati a pieno titolo nell’era “pop” della rete. Ciò non può escludere la banalizzazione del messaggio e la sindrome delle urla propagandistiche (che esistono da sempre), ma sarebbe del tutto fuorviante non considerare quanto in questi mesi internet abbia offerto in termini di spazio e contenuti per informare, per confrontarsi, per far conoscere. Mentre la tv taceva, la rete diffondeva. Mentre il servizio pubblico si murava nel silenzio imposto dalla politica, la rete si apriva al confronto. I margini di approfondimento offerti dalla rete, a confronto con gli altri media sono enormi, questo permette a un maggior numero di utenti/cittadini di avvicinarsi ai temi, di prenderne parte, di organizzare le informazioni e condividerle nuovamente. Non sono tutte rose e fiori, lo so, la semplificazione che ricade nella propaganda è sempre dietro l’angolo, dal momento in cui il web diventa “pop” tali rischi sono e saranno sempre più all’ordine del giorno.

Quello che ho percepito da queste due esperienze è che la strategia del terrorizzare prima e del tacere dopo non regge più. Serve confronto. Dal momento in cui gli strumenti di confronto diventano sempre più diffusi, è molto difficile tornare indietro. Sarà interessante capire come nei prossimi tempi chi oggi prende politicamente schiaffoni dalla rete tenterà di riguadagnare terreno. Magari può essere un’occasione per rivedere seriamente il concetto di dialogo in Italia. Vedremo.

Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

Discussione

2 pensieri su “Lezione dei referendum: confrontarsi è meglio che tacere

  1. Io ho avuto più l’impressione che a influenzare il referendum siano stati molto più la paura del nucleare e dell’acqua privata piuttosto che l’informazioni in rete. Così come a Milano ho avuto l’impressione che abbia vinto la stanchezza verso il “vecchio” sindaco piuttosto che una precisa strategia elettorale adottata da Pisapia. A mio parere stiamo facendo wishful thinking dando un peso alla rete che in realtà ancora non ha.

    Pubblicato da dtm | giugno 14, 2011, 1:41 pm
    • Senza dubbio hanno influito i temi dei referendum e, nel caso di Milano, il logorio della Moratti. Non è detto però che i diversi piani interpretativi, quindi compreso quello sulla comunicazione, non possano avere delle connessioni tra loro. Questi elementi con molta probabilità hanno alimentato e sostenuto con più forza la partecipazione in rete. L’ironia, la satira, il capovolgimento dei significati diffusi dall’avversario politico (che in molti casi si è dimostrato ‘ingessato’ nel proporli), sono elementi che, in queste due esperienze elettorali, si sono dimostrati incisivi. Hanno mosso pochi voti? Può darsi, non bisogna escluderlo. Ma di certo nel caso dei referendum le logiche di rete si sono dimostrate quantomeno efficienti, vista la completa (o quasi) assenza di altri media che per tanti anni sono stati considerati i responsabili dei movimenti di voti.

      Pubblicato da patassa | giugno 14, 2011, 3:02 pm

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