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Recensione

Hanno tutti ragione

È un concerto da far strappar lacrime alle signore imbellettate e agli sguardi spenti dei loro mariti. Vite appoggiate sui sedili imbottiti del teatro, emozioni liofilizzate in canzoni dove la parola “amore”, di solito, va a braccetto con “cuore”, ogni tanto con “dolore” e infine ci si mette una spruzzatina di “passione”. Ecco Tony Pagoda che si spertica negli ultimi acuti prima di lasciare anche questo palco. Cantante, maschio italiano, una vita raccontata dal suo corpo tronfio, dai vestiti alla moda, uno specchio quel corpo che abbaglia le luci di fine anni Settanta. Cantante napoletano dal volto popolare e dal successo in tasca, Tony Pagoda incarna nella sua storia parte del nostro paese: c’è materia viva, pulsante nelle vicende di Tony; e i personaggi che lo circondano sono immersi in tale materia, ci hanno il volto cosparso, non riescono a farne a meno.

Tony no. Tony ci racconta la sua esistenza ammettendo che per le lande italiche lui canta, mangia, scopa e guadagna, ma poi non si lascia afferrare da quella materia collosa che con i suoi filamenti ingabbia anima e corpo. Afferra sogni, quello sì, li fai propri, immerge il volto in seni sodi, mangia pesce fresco, freschissimo, tira su cocaina, allieta le serate di capodanno nelle piazze di provincia regalando sfuggenti momenti di felicità ad un pubblico intirizzito dal freddo e con i conti in rosso, quanto i loro i nasi. “Il pubblico partecipante” (come direbbe il presentatore del servizio pubblico che dirige la serata televisiva) che sbrana quei frammenti di sogno che lui getta via, tra una nota e l’altra. Tutto questo lo fa, certo, ma lui è diverso. Lo si vede anche da come si relaziona alla sua band. Il giorno che nei camerini, dopo un live americano, entra un Frank Sinatra completamente sfatto che li saluta e gli fa i complimenti per la performance, lui, Tony, reagisce con garbo e stile, mentre i suoi ragazzi fanno occhi e commenti da chi non riesce a stare a quel livello. E Tony s’incazza per questo. Non vuole mescolarsi in questa provincialità, lui canta sul palco, la distanza che divide il suo corpo tronfio e impegnato nel raggiungimento della nota più alta dal pubblico è una barriera che lo rende apparentemente immune.

Poi però salta qualcosa: Tony Pagoda si ritroverà coperto, sotterrato da chili di quella materia che fa da mastice per tenere incollate le anime di questo paese. Forse c’era dentro da sempre. Forse quella che lui chiamava merda, altro non era che combustibile utilizzato per tenere in piedi il suo corpo. Così il viaggio in Brasile, per un altro concerto, altro non è che l’ultima fermata della sua carriera, il capolinea di quella vita. Tony si fermerà sulla casella “stai fermo per venti anni, poi si vedrà”. Lontano dall’Italia, Tony Pagoda passerà il suo tempo in un appartamento invaso da scarafaggi grossi quanto piccioni, perlustrando senza troppe ansie la vita che gli rimane.

Sembrerebbe la fine. Manco per niente.

Un elicottero atterra proprio sopra quell’appartamento, scende un uomo incapace di sudare, nonostante il dicembre brasiliano continui a vomitare fiamme, il tipo gli offre un ultimo giro, il rientro in Italia che dopo vent’anni può dichiararsi cambiata, non migliorata, semplicemente diversa. Pagoda ci pensa su, mentre osserva questo uomo con un sorriso piantato in faccia a colpi di successo, di soldi, di potere. Poi prende una decisione.

Se vi interessa saperne di più, allora vi consiglio di andare in libreria e prendervi prima di subito Hanno tutti ragione di Paolo Sorrentino. Poi leggetelo e lasciatevi trascinare dalla storia e da Tony Pagoda.

Postilla: qui sotto un breve frammento della lettura del romanzo interpretata da Toni Servillo.

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

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