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diario

Un cargo battente bandiera liberiana

Io sono nato nel 1982, quell’anno, oltre alla vittoria della nazionale ai mondiali, oltre al tormentone Bravi ragazzi di Miguel Bosè, fece capolino tra le sale cinematografiche il film Borotalco di Carlo Verdone. Buona parte della mia dieta cinematografica adolescenziale proviene dalle rassegne in vhs vendute insieme all’Unità. I miei genitori portavano a casa le videocassette promosse dal quotidiano, erano raccolte numerate, mi ricordo diverse serie: quella dedicata ai cult movie americani degli anni Settanta e un paio, mi sembra, sul cinema italiano.

Proprio in una di queste c’era Borotalco. La prima volta che lo vidi fu divertimento e risate. Ma già dalla seconda visione iniziai ad intuire che sotto quella trama, quelle gag, quelle espressioni tragicomiche c’era dell’altro. Più vedevo quel film e più mi rendevo conto che i personaggi che abitavano la storia erano portatori sani di frammenti della quotidianità che vivevo e che vivo tutt’oggi. La trama racconta del cambiamento, nel suo valore universale, applicato al quotidiano. Quel vivere tutti i giorni che guarda da lontano le storie sfavillanti del cinema, dei grandi personaggi che affrontano la vita con gesta epiche ed immortali. Verdone nelle sue pellicole ha sempre mostrato quella particolare dote di intuire nei comportamenti altrui l’adattamento al cambiamento. In Borotalco il cambiamento si manifesta nel costume di una società, come quella italiana e, ancor di più, dell’ambiente romano, che con le cose che cambiano ha sempre il naso storto. Non solo Verdone, con il nome di Sergio, protagonista del film, esprime il cambiamento con le sue insicurezze, i suoi tic relazionali, ci sono poi tutti quei personaggi di contorno che arricchiscono questa interpretazione. Il prete del convitto che fa irruzione nella stanza dove Sergio vive; il compagno di stanza (interpretato da Christian De Sica), attore di origine ciociara che sogna il successo a Los Angeles; Mario Brega, che interpreta il padre della fidanzata di Sergio, commerciante, romano fino al midollo, dallo sguardo tetro e dagli scatti violenti; Nadia (Eleonora Giorgi), appassionata di musica e in particolare di Lucio Dalla e collega di Sergio che verrà attratta dal mondo fantasticato e scintillante che il protagonista cercherà di tenere a tutti i costi in piedi. Tutti questi volti rappresentano una caricatura esemplare del comportamento manifestato da chi si trova a vivere il cambiamento. Il prete che non accetta il poster di Moana Pozzi affisso nella camera; l’attore fallito che cerca un’America all’italiana; il commerciante che vede nel suo negozio, nella gondola appoggiata sopra il televisore, l’unico modello di vita possibile; la ragazza che sogna sulle pagine patinate dei magazine. Sono gli anni Ottanta e l’Italia cambia prendendo una strada diversa da quella percorsa fino a quel momento, dove ognuno pensa ad altro, pensa più a se stesso, senza i flussi di massa.

E poi c’è lui, Manuel Fantoni. Forse è proprio in questo personaggio che il film si dimostra un meccanismo perfetto. La figura misteriosa, da latin lover, intrigante e carismatica di Fantoni è il fattore che rende vivo l’intreccio, che affida a Sergio lo strumento per completarsi ed accettarsi in un mondo che sta cambiando e che non è facile da capire. L’arma segreta è quella di raccontare storie. “..un bel giorno, senza dire niente a nessuno, me ne andai a Genova… E m’imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana”. È qui che il film trova la sua svolta. Le avventure meravigliose, la libertà, i piaceri sessuali, l’ambiguità nei rapporti, gli eroismi, la droga, gli attori famosi, Manuel Fantoni è tutto questo, dall’altra parte c’è l’auto utilitaria di Sergio, un matrimonio imminente e la giacca color crema utilizzata per il colloquio di lavoro, colore del vestito di Julio Iglesias visto la sera prima in televisione. Borotalco è un contenitore di tante, piccole storie. Sono i racconti che puoi orecchiare nei bar di Roma, alle poste quando sei in fila, nell’alimentari che frequenti, alla fermata dell’autobus o in metropolitana. Fantoni è il guizzo narrativo, l’iperbole utilizzata per raccontare storie. Storie che non sai mai se sono del tutto vere, anzi, sei quasi convinto che di reale c’è poco, ma è la storia stessa che ti ammalia e che ti corteggia e tu non puoi fare altro che ascoltarla in religioso silenzio. Quando fanno irruzione i carabinieri e arrestano Cesare Cuticchia, in arte Manuel Fantoni, Sergio è confuso. È allora lo stesso Fantoni a far crollare il castello di carte: “…non è vero niente! T’ho detto solo un sacco di fregnacce!”. Sembrerebbe tutto finito. Invece Sergio, dopo aver gironzolato per la splendida casa vuota, si fa una doccia, si guarda allo specchio, si accende una sigaretta e con occhi magnetici recita: “..un bel giorno, senza dire niente a nessuno, me ne andai a Genova… E m’imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana”. La storia continua.

In memoria di Angelo Infante, 1939-2010.

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

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