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Recensione

Padri, figli e amori incondizionati

In queste settimane ho letto un paio di libri che hanno lasciato il segno. Di solito quando un libro funziona è perché ti fa ronzare nella testa idee, riflessioni, considerazioni. E provi ad applicare tutto questo alla quotidianità.

Il primo libro è quello di David Foster Wallace Brevi interviste con uomini schifosi, una raccolta di racconti dello scrittore americano scomparso nel 2008. Il libro nella sua complessità non mi ha fatto impazzire, ci sono alcune storie davvero difficili da digerire per la loro densità e una sperimentazione che in alcuni momenti lascia poco respiro alla lettura. Ma ce ne sono altrettante, di storie, che ti trascinano, che ti fanno esaltare, che ti confermano il genio che era Wallace. Sul letto di morte, stringendoti la mano… è il racconto che più mi ha colpito, che più ha lasciato il segno. Un padre malato che negli ultimi momenti della sua vita, tra una medicazione e l’altra (descritta con estrema chiarezza attraverso l’uso di termini medici), urla l’odio per suo figlio. Sì, esatto, un padre morente che vomita il rancore per un figlio, e lo fa senza nascondere nulla. Lo fa perché sta per morire. Wallace smonta con estrema dovizia uno dei capisaldi del nostro vivere, quello del rapporto genitore-figlio, mette in discussione la quotidianità, appunto, quella che poi tu, lettore, sei costretto ad affrontare e a dover per forza di cose reinterpretare, rimettere a fuoco. Leggendo le prime battute del racconto non nascondo che in me è cresciuto un disagio nel vedere un padre odiare la nascita di suo figlio, i pianti, l’allattamento, le puzze, le pappine. Wallace stava ribaltando un’immagine da tutti condivisa ed accettata, quella della gioia, dell’amore, della tenerezza di un figlio appena nato. Anzi, ancor di più: Wallace stava mettendo in discussione quell’idea accettata e condivisa di voler bene, per forza di cose, ad un figlio. E tutto questo lo fa senza mai buttarci dentro giudizi o pareri personali, lo fa semplicemente raccontando.

Poi c’è Grace Paley, scrittrice e poetessa americana, con Più tardi nel pomeriggio. Anche in questo caso ho avuto a che fare con una raccolta di racconti. Sono racconti preziosi e delicati, fini meccanismi narrativi che si plasmano in flussi mentali, l’impalpabilità dei pensieri tramutata in storie. La Paley racconta di New York, del suo attivismo, dei suoi genitori immigrati ucraini Isaac e Manya Gutseit, ribattezzati dall’ufficio immigrazione Goodside. Zagrowsky racconta è la storia che ha gironzolato per giorni e giorni nella mia testa. È la storia di un nonno che trascorre del tempo con suo nipote Emmanuel nel parco e lì incontra una donna, una conoscente, che gli chiede come sta, come sta il nipotino e, soprattutto come sta Cissy, la madre di quel bambino. Iz, il nonno, è un tipo scontroso, sulla difensiva. Sua figlia ha avuto quel bambino per caso, perché lei non ha testa, è pazza e ha fatto l’amore solo per fare amore ed è rimasta incinta. Ma la donna incontrata al parco diventa lo strumento per far emergere i pensieri del nonno, di un farmacista in pensione che nel suo quartiere ha salvato un paio di vite fornendo prontamente i giusti medicinali; un nonno che difende con rabbia suo nipote Emmanuel dagli sguardi curiosi dei vicini, dalle voci che girano sulla madre. Iz è scorbutico e sbraita di fronte allo stupore di chi nota il colore scuro della pelle del nipotino. Non è adottato, ribadisce e grugnisce. È il frutto di una figlia che agisce senza pensare, che le medicine non possono guarire, che fa l’amore con il giardiniere di colore della clinica che la ospitava. La Paley mette in luce un altro aspetto del rapporto tra un padre ed un figlio. All’apparenza sembra un semplice rimarcare l’amore incondizionato, quello che Wallace ha prontamente smantellato, ma andando a fondo ci sono le intenzioni di un uomo che rivendica la propria condizione, un amore per se stesso e per gli altri libero dalle interpretazioni, un amore che nasce dall’assenza di una logica apparente, che si manifesta in quel nipote dalle pelle brunastra, in quella figlia che segue le pulsazioni della vita.

Due storie diverse. Forse opposte. Ma la figura del padre sia in Wallace che in Paley ha una matrice comune, quella di far muovere (e di muoversi) per amore. La prima smantella l’immagine condivisa di un amore dovuto; la seconda indica un amore nonostante tutto. Entrambe mi hanno fatto bene. In entrambe ho maturato e arricchito la mia immagine paterna, quella che proviene dalla mia quotidianità. Entrambe le accetto come lettore e come uomo. E per me la parola ‘uomo’ prima di essere uno scudo dove difendere il proprio orgoglio (quante volte avrete sentito la frase ‘fai l’uomo’?), vuol dire soprattutto umano.

Foto di holly_northrop

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

Discussione

3 pensieri su “Padri, figli e amori incondizionati

  1. Pantalassa, quand’è che ti spari Infinite jest?

    Pubblicato da Loseven | giugno 8, 2010, 2:36 pm
  2. “La prima smantella l’immagine condivisa di un amore dovuto; la seconda indica un amore nonostante tutto. Entrambe mi hanno fatto bene. In entrambe ho maturato e arricchito la mia immagine paterna, quella che proviene dalla mia quotidianità.”

    L’amore paterno cresce, nella gioia della natura, nella bellezza di un bambino, nelle difficoltà di un adolescente, nel comprendere e nel non comprendere un altro, nell’aiutare e nell’essere aiutato, in un contatto e nella lontananza, nella osservazione e nella riflessione, ………cresce, cresce…….

    Pubblicato da Massimo | giugno 8, 2010, 5:51 pm
  3. @Loseven: mica lo so eh. E’ un impegno che esige un dispendio di energie notevolissimo. Mi accompagnerebbe per anni ed anni 😀 Ma lo so, prima poi leggerò quel libro, non ho scampo.

    @MassimoDaddy: non era facile scrivere questo post. Comprendere e non comprendere sono i due punti entro cui si è mossa la mia riflessione, i racconti mi hanno aiutato a tracciare il percorso. Il resto è venuto da sé. Grazie!

    Pubblicato da patassa | giugno 10, 2010, 6:38 am

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