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Recensione

Di notte il presidente piange?

Il professore universitario Coleman Silk utilizzò il termine ‘spooks’, spettri,  per definire alcuni suoi alunni che non si erano mai presentati alle sue lezioni. Gli studenti erano neri, la cosa passò come un voluto attacco al colore della pelle, un termine ironico e allo stesso tempo dispregiativo. Il professore Coleman Silk non aveva mai visto quegli studenti, ai suoi critici più accaniti la cosa non interessò. L’ambiente universitario aveva colto nel professore un atteggiamento razzista, non c’erano altre spiegazioni da dare. Da questo momento in poi inizierà una costante pressione nei confronti di Coleman Silk che sfocerà in un vero e proprio isolamento: lontano dal luogo del lavoro, dalla famiglia, dalle relazioni, dal suo passato. Il professore sceglierà di portare fino in fondo la sua parte, di affrontare muso contro muso la banalizzazione della gente. Come un frontale su una strada a doppio senso di marcia.

La macchia umana è considerato da molti uno dei più importanti romanzi scritti da Philip Roth. A me è sembrato una riflessione complessa ed affascinate sulla pratica della accusa, del capro espiatorio. Non a caso la storia è ambientata proprio nel momento in cui l’America è tutta presa dal Sex Gate e dalle storie piccanti che provengono dallo studio ovale. C’è un momento, nel romanzo, che rende l’idea del clima che Roth ha voluto costruire attorno ai suoi personaggi, è il momento in cui dei professori passeggiano sul viale dell’università, dopo una partita a tennis, e discutono del Sex Gate. C’è lo sdegno e il rigore di chi vuole ordine. Prima pagare la giusta pena e poi ridare ordine alle cose. Il sesso rende tutto così umano da far quasi paura, per questo il presidente degli Stati Uniti doveva agire diversamente, doveva, a detta dei professori sudati e tronfi, “tappare la bocca” alla Lewinsky e non lasciarsi abbindolare dal sesso orale. Altri presidenti avrebbero agito con più durezza, sbarazzandosi di lei, togliendole il lavoro, lasciandola da sola. Da sola e senza nulla. È un po’ quello che accade a Faunia, impegnata nelle pulizie dell’università dove lavora Coleman Silk, una donna semianalfabeta che intraprenderà un’intensa relazione con il professore. Scoperto il rapporto tra i due, ciò andrà ad aggiungersi allo scandalo degli spooks rendendo il romanzo ancora più gonfio dello sdegno diffamatorio emesso da chi ruota attorno al protagonista. In questo meccanismo narrativo subentra l’ex marito di Faunia, veterano del Vietnam, anche lui rimasto solo; orfano di un paese che lo ha tradito, che lo ha prima schiaffato nel bel mezzo di una giungla a vedere i suoi compagni saltare in aria, e poi riportato tra i sorrisi e le staccionate bianche della provincia americana a chiedergli, ora, di fare il bravo marito. Sono delle solitudini che si scagliano contro le pareti del perbenismo, aspetto che la letteratura americana ha saputo negli anni descrivere molto bene, ma che con Roth si confrontano con l’esilio causato dallo sdegno, dallo scandalo, dalla minaccia di una possibile erosione del “buon senso”.

Non so perché, ma leggendo La macchia umana ho pensato a come rapportarlo ai nostri sdegni, quelli italiani. E trovo delle differenze: anche qui abbiamo a che fare con storie di sesso, di potere, di scandalo, di pudore, di accanimento mediatico. Eppure, all’apparenza, i soggetti coinvolti non sembrano soli. L’esilio non viene applicato. Non si applicano quelle pratiche descritte da Roth nel suo romanzo. Se il professore viene lasciato solo, se i personaggi che animano la storia sono altrettante solitudini, qui, all’apparenza, tale senso di isolamento non trapela. Probabilmente la figura di Coleman Silk non incarna l’immagine del potere assettato di sesso, che si lascia comprare per il sesso, che fa uso del sesso per tessere rapporti di potere che si lascia fregare dal sesso. Eppure un ‘Gate’ lo abbiamo avuto anche noi, qui, dove morale e sdegno si intrecciano a tal punto che a volte è difficile scinderli. Eppure, esteriormente, tutto ciò sembra non lasciare segni indelebili. Non scatta quel meccanismo di esclusione, di allontanamento raccontato nel romanzo, non viene emessa nessuna sentenza sociale. Almeno stando all’apparenza. La narrativa serve anche a questo, ad andare oltre l’apparenza, a raccontare cosa esplode nelle intimità, ad osservare cosa accade nel profondo. Mi chiedo, senza alcun tono polemico:  c’è una narrativa in questo paese capace di entrare negli angoli più privati ed intimi a capire se, raschiata via la patina esteriore, si manifesta nei soggetti coinvolti un senso di solitudine simile a quello descritto da Philip Roth? Ci sono storie capaci di farci capire se di notte il presidente piange?

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

Discussione

2 pensieri su “Di notte il presidente piange?

  1. Se vuoi approfondire le tue riflessione sul fenomeno del capro espiatorio ti consiglio di leggere, sempre che tu non l’abbia già fatto, le opere di Renè Girard. Io ho letto “Edipo Liberato”, pubblicato dalla casa editrice Transeuropa, ma ci sono tantissime sue opere dedicate a questo argomento, prima tra tutte “Il capro espiatorio”, edizioni Adelphi. E’ un autore poco noto in Italia, ma vale assolutamente la pena di leggerlo. Ciao e complimenti per il tuo blog..

    Pubblicato da Francesco | aprile 15, 2010, 9:54 am
  2. Ciao Francesco e grazie per il consiglio. No, non conoscevo l’autore, ora mi metto a ‘googlarlo’. Grazie ancora! 🙂

    Pubblicato da patassa | aprile 18, 2010, 10:46 am

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