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Recensione

Memorie silenziose, I fantasmi di Portopalo

Durante la notte di Natale del 1996, è avvenuto uno dei più disastrosi naufragi di clandestini che il Mediterraneo ricordi. La F-174, un rottame galleggiante pronto a fare da traghettatore dallo Yohan (l’imbarcazione che aveva trasportato fino a largo delle coste italiane i clandestini) e le rive di Portopalo in Sicilia, non riesce a sopportare il carico estremo di persone e affonda portandosi con sé circa trecento vite. Una strage di fronte casa nostra, forse la più grande dal secondo dopo guerra ad oggi. Una strage silenziosa, sì perché di quella terribile notte nessuno ha mai speso una parola. Nel nostro paese tutti sapevano, a partire dalle autorità che avevano intercettato le urla alla radio di chi era alla guida della F-174. Per poi passare ai pescatori che nei giorni seguenti, con la paranza, portarono a bordo cadaveri che sistematicamente ributtavano in acqua per evitare la chiusura dello spazio di pesca. Tutta Portopalo sapeva, ma nessuno parlava. Compreso il parroco, Don Calogero, che dichiarò, quasi come fosse un sigillo per chiudere definitivamente questa storia, «Se ci pensiamo bene, il mare è un luogo di pace quanto e forse anche più della terra». I governi che si alternarono, Prodi prima, D’Alema a seguire e Berlusconi per ultimo, ricevettero diverse sollecitazioni per aprire un’inchiesta, per far luce su questa drammatica vicenda, ma non ci fu mai nessuna reazione. E quei morti, chi erano? Da dove venivano? Quali storie portavano con loro?

i fantasmi di portopaloI fantasmi di Portopalo è un libro che racconta tutto questo, Giovanni Maria Bellu, l’autore, racconta i fatti, ma anche la sua esperienza nel raccoglierli e analizzarli. Fantasmi è il termine giusto per definire le morti silenziose di questi clandestini. Bellu riesce ad abbattere la spessa coltre che impediva di far emergere dal fondo sabbioso la storia di quelle ossa e stracci (ancora laggiù) e della barca arrugginita dal mare. È un libro potente questo perché non risparmia il dolore di chi ha perso la vita in mare, o di chi è sopravvissuto e porta con sé l’immagine dei suoi compagni annaspare tra i flutti o, infine, di quelle famiglie pakistane, indiane  e tamil che per anni hanno sperato in qualcos’altro e non alla morte dei loro cari. Ti fa pensare una storia così. Ti fa pensare a tutte le altre storie simili a queste. Alle speranze di chi affronta un viaggio zeppo di pericoli. A chi ce la fa e a chi resta a fondo, letteralmente. Alla quotidianità degli eventi che porta, col tempo, all’indifferenza, al nulla. La stessa sintesi giornalistica (perfettamente rappresentata dalla pigrizia dei nomi come “carretta del mare”) sterilizza i fatti rendendoli semplici numeri. Numero di morti, numero di sbarchi, numero di clandestini. Nessuno sa chi c’è li sopra, che storie si nascondo dietro ai diversi strati di cotone per difendersi dal freddo, chi sono quei “traghettatori” che offrono la possibilità di passare da una vita senza alcuna speranza ad un’altra piena di occasioni, tutto per 6.500 dollari. Il silenzio offre dei vuoti che tutti, tranne chi non può parlare, possono riempire. Se i clandestini si semplificano a numeri, allora è possibile fare qualsiasi accostamento, strumentalizzarli per fini elettorali, nasconderli alla memoria (come in questo caso) per legittimare scelte ed azioni inqualificabili. Un libro come questo è come uno scossone durante un sonno profondo, è un risveglio brusco, amaro, che riempie quel vuoto da tempo cullato. E tutto appare irrimediabilmente meno semplice.

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

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