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Recensione

Roma, le periferie e il contagio

Io non conosco tutta la mia città, Roma. Io ne vivo una parte, un  segmento, una fetta di quella torta che ha le sue guarnizioni di asfalto e lamiere sul GRA. Ma quei confini si sfaldano, si espandono. Oggi Roma è anche al di fuori dall’anello che abbraccia le sue case. La distribuzione per quartieri, spesso, permette di vivere una città grande e impossibile da tenere in una mano più semplice, più alla portata. Io percorro le stesse strade durante la settimana. Mi fermo ai soliti semafori, conosco i loro tempi, mi sono adattato a quelle pause. Conosco ciò che tengo tra le mie mani. Io vivo una parte della città che in passato era periferia. Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta la zona di San Paolo e Garbatella era una campagna dove, oltre ai lotti fascisti e la Basilica, c’era poco. Qua e là iniziavano a sorgere palazzoni di otto piani che col tempo avrebbero riempito gli spazi. Erano i luoghi dove Pasolini filmava alcune scene dei suoi film, dove nella notte via Ostiense si popolava di camion e camioncini pronti a caricare le merci dei Mercati Generali. Poi col tempo le cose sono cambiate. Oggi, ad esempio, i mercati non esistono più, per adesso c’è un cantiere, in futuro un’area destinata alle attività culturali. La zona dove vivo non è più periferia, è parte integrata di quel vivere normale che partendo dai luoghi patinati e turistici allunga le sue appendici fino a toccare tutto ciò che trova attorno a sé. Un contagio normalizzatore che però non sempre funziona, che lascia segni evidenti del suo passaggio o più semplicemente copre e nasconde i contrasti.

ilcontagioWalter Siti con il romanzo Il contagio, parla delle borgate di Roma. Le storie provengono da quei confini della città dove il centro non arriva o, se prova ad arrivarci, lo fa mettendo in pratica idee “centrali” e non “periferiche”. Protagoniste sono le voci della periferia che Siti tende a far emergere a discapito della concretezza delle figure. Per un professore, per un uomo di cultura, per uno che proviene da altro, sono storie amare composte da quei comportamenti che tanto stimolano copiose e sterili analisi sociologiche. Ecco, se c’è un pregio nel romanzo di Siti, questo sta proprio nel non voler analizzare fenomeni. Il distacco si sente, ovvero, la penna che racconta è consapevole di non far parte di quelle strade, non odora come quegli ambienti, prova a descrivere senza un giudizio perentorio. Il linguaggio è uno strumento utilizzato da Siti per poter portare per mano il lettore in quelle storie. Arrotondare le doppie, troncare le parole, aggiungere una parolaccia che al termine della frase fa lo stesso rumore della bomba, Il contagio si riempie di queste voci senza alcun filtro. Sono i suoni che provengono da quei luoghi, nulla più. E poi c’è un intenso amore omosessuale che si mescola con i luoghi, con quelle strade. Leggendo in Rete qualche commento al libro si ripete da più parti un paragone, una somiglianza, con Pasolini e il suo modo di raccontare le periferie romane. Non so se i confini di Roma sono sempre quelli pasoliniani. A me, delle periferie di oggi, rimane in testa una considerazione fatta da Ascanio Celestini un po’ di tempo fa. Nelle zone periferiche di questa città sorgono enormi centri commerciali dai mille e più negozi, dalle luci sfavillanti e dai prezzi al ribasso. Celestini scriveva di come le giovani famiglie trovino più conveniente mangiare a pranzo all’Ikea che fare la spesa. Ecco forse cosa distingue il centro dalla periferia, quel senso di instabilità che tra i monumenti e i turisti si maschera, non si fa notare. In periferia, invece, si manifesta per quello che è, un’enorme contraddizione che a volte va a finire nella cronaca nera, altre volte fa capolino nel flusso mediatico normalizzatore per i suoi disagi, per le sue divergenze. E in quel momento, quando la periferia appare a tutti, il suo filtraggio spetta a una televisione spesso terribilmente semplificatrice. Nel romanzo di Siti c’è l’intento di evitare un approccio centrale alle borgate puntando invece ad uno periferico, alcune sue pagine sembrano testimoniarlo.

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

Discussione

Un pensiero su “Roma, le periferie e il contagio

  1. oi andrea! c’è una mostra dove partecipo vicino largo argentina 😉
    se ci passi, butta un occhio poi mi dici 😛

    ciao carissimo

    Pubblicato da adrio | giugno 1, 2009, 12:36 pm

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