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Intervista a Luca Piergiovanni, il “Professor Podcast”

Poco meno di un mese fa avevo scritto del professore Luca Piergiovanni che con la sua classe, la 3°B della scuola media di Faloppio, sta portando avanti un interessantissimo progetto: fare podcasting a scuola. Dopo il post che ho scritto il prof si è fatto sentire, ringraziandomi per ciò che avevo pubblicato sul mio blog. Naturalmente non mi poteva sfuggire l’occasione di intasarlo di domande. Quella che leggerete qui sotto è l’intervista che ho realizzato al “Professor Podcast”, secondo il mio parere ci sono un bel po’ di elementi su cui riflettere. Buona lettura.
Faloppio scuola media servizio di podcast gestito dal professorPrima domanda: come ti è venuta in mente l’idea di realizzare un podcast con i tuoi studenti?
Mi sono innamorato del podcasting non appena ho compreso che poteva diventare un mezzo per coniugare la mia passione per la radio con quella per la poesia.
In una settimana ho letto avidamente tutti i libri dedicati al mondo del podcast per scoprirne il valore didattico e capire in che modo poteva aiutare i miei studenti a far emergere e coltivare la loro creatività e come poteva aiutarli ad avvicinarsi ad un testo poetico senza quegli odiosi tecnicismi che, specie se esasperati, finiscono per offuscare la naturale sensibilità poetica di un ragazzo.

Qual è stato l’approccio degli alunni e la reazione dei tuoi colleghi a tale idea?
Erano entusiasti all’idea di poter abbinare ad ogni poesia una canzone, e a quel punto sono accadute cose che mi hanno letteralmente spiazzato, perché i miei studenti hanno cominciato ad apprezzare di più la versione di “Generale” cantata da De Gregori, piuttosto che la tanto osannata cover di Vasco Rossi (il loro idolo) e hanno iniziato poi a fare ricerche di loro spontanea volontà per approfondire il significato di certe poesie, finendo per impararsele anche a memoria. Dato il cambiamento avvenuto in loro, per diversi giorni ho temuto il peggio! Con i miei colleghi navigo tra lo scetticismo di alcuni, l’entusiasmo e la curiosità di altri e, fortunatamente, l’indifferenza di pochi.

Un aspetto che mi ha colpito del progetto che stai portando avanti, è quello di aver proposto lo studio attraverso l’utilizzo dei new media. I tuoi studenti hanno riscontrato delle difficoltà in questo?
Nonostante il loro vivere quotidiano immersi nella tecnologia, non sapevano cosa fosse un podcast e quindi la cosa, almeno inizialmente, ha creato loro qualche piccolo problema, ma poi posso assicurarti che ci hanno preso subito dimestichezza. In altre occasioni, del resto, avevo sperimentato in classe l’uso della lavagna interattiva, o di Google Earth per lo studio della geografia o ancora dei webquest per le ricerche su internet, ma è la prima volta che mi ritrovo a coinvolgere gli alunni nell’uso diretto di un mezzo tecnologico.

Oltre alla materia di studio che tu insegni, il podcast è colorato da tanta musica e mi sembra che questa sia una zona condivisa tra te e gli studenti. Credi sia importante per un insegnante saper interagire con linguaggi diversi, come ad esempio la musica?

Certo che è importante. Ci sono scuole, filoni di pensiero, che danno la massima importanza, per un pieno sviluppo dell’individuo, alle arti musicali e artistiche, e questo dovrebbe accadere in qualsiasi ambiente scolastico ed educativo.

Vivendo a contatto con dei giovanissimi, come ti sembra il loro rapporto con Internet, telefonino, videogames, insomma, con tutto quell’insieme di strumenti che spesso vengono incriminati di trasmettere valori negativi?

Ogni cosa ha i suoi aspetti positivi come quelli negativi, dipende da come ti rapporti ad essa, da come la vivi in prima persona. Spiegare ai ragazzi l’uso positivo che si può fare di certi mezzi, li aiuta a vederli sotto un’altra luce. Certo è che se non c’è nessuno che fa loro da guida, e che al contrario rifiuta a priori l’uso della tecnologia a fianco dei tradizionali metodi d’insegnamento, possiamo star certi che i giovani non verranno mai educati ad un utilizzo istruttivo di queste novità, ed anzi, si rafforzerà in loro quella visione negativa che già la stessa società molto spesso ci dà degli strumenti tecnologici.

Per un certo periodo i media si sono concentrati sul fenomeno bullismo nelle scuole e le testimonianze, molto spesso, erano dei filmati registrati con i telefonini e pubblicati in Rete. Oggi non se ne parla più, però è interessante notare come il sistema mediatico abbia trovato la facile associazione giovani e cattivo uso dei new media. Che ne pensi?

Credo che sia facile sparare a zero senza andare a fondo del problema e sia anche più conveniente visto che fa notizia. Ma non è giusto fare rientrare tutto il popolo degli adolescenti nel gruppo di quei pochi che hanno fatto un uso sbagliato dei media. Ultimamente, ad esempio, stiamo realizzando delle “interviste doppie”, stile Iene, per farci conoscere meglio da chi ci segue. Così facendo soddisfiamo in modo simpatico e inoffensivo il nostro desiderio di essere al centro dell’attenzione. Sentimento questo molto forte in un ragazzo di 13 anni, ma anche in un prof. di 36, ve lo posso assicurare!

A tuo parere la scuola italiana è pronta e soprattutto è capace ad accogliere una didattica che coinvolga i nuovi strumenti per comunicare?

Se penso alla crisi economica degli ultimi tempi con la conseguente mancanza di fondi da investire in ambito tecnologico, unita allo scetticismo di molti colleghi di fronte all’introduzione della didattica multimediale nelle aule, pronuncerei senza esitazione un secco no. Ma se ci pensiamo bene, tutto quello che ho fatto io con i miei alunni non è stato altro che mettere insieme un minimo di attrezzatura – che tutti possono facilmente procurarsi – e poi lanciarmi in questo progetto con tanto entusiasmo. Per il resto abbiamo aggiunto la nostra fantasia e voglia di fare.

Sapresti già dare un risultato su quello che stai facendo insieme ai tuoi studenti?

Più che positivo. Ci divertiamo un mondo e quando qualcuno entra nella nostra classe rimane stupito per come studiamo divertendoci. Il complimento più bello è stato sentir dire ai miei alunni che avevano “imparato giocando”. Per troppo tempo si è pensato alla scuola come un luogo rigido dove quasi era vietato ridere. Roba da Medioevo.
Infine, credi che questa esperienza potrà essere ripetuta e proposta anche ad altre scuole?
Mentalità aperta. Voglia di aggiornarsi. Voglia di mettersi in gioco. Voglia di divertirsi. Là dove ci saranno queste componenti potrà esserci anche il podcasting.

Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

Discussione

3 pensieri su “Intervista a Luca Piergiovanni, il “Professor Podcast”

  1. Siamo degli invisibili, noi prof.
    Salvo quando uno studente ci accusa di avergli messo le mani addosso o peggio… allora sì che, a dispetto di ogni presunzione d’innocenza, e comunque indipendentemente dalle reali responsabilità, si scatena l’attenzione dei pennivendoli servi che siedono nelle redazioni dei giornali.

    Ogni giorno facciamo innovazione in silenzio. Il sottoscritto ha attivato un laboratorio di podcast proprio nello stesso periodo del prof. Piergiovanni e due anni prima laboratori di cinema e fumetto.

    lasciamo stare…. và.
    e oggi leggo che per il Prof. Piergiovanni la Mariastalla Gelmini ha in serbo 600 euro al mese.

    Un invito caldo al prof. Piergiovanni: vada a Yale, professore e lasci la scuola, lei che può avere di meglio e che merita di meglio. Lasci questo infame carrozzone Italia, lei che può.

    Pubblicato da Furio Detti | settembre 9, 2010, 12:09 pm

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