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Dare la colpa a Libano (quello finto)

libanoI recenti casi di violenza tra giovanissimi muniti di coltello a Roma fanno alzare la voce al sindaco Alemanno contro quei cattivi esempi che la televisione propone. In particolare il sindaco se la prende con la serie televisiva Romanzo criminale prodotta e trasmessa da Sky. L’accusa: le vicende della banda della Magliana sul piccolo schermo promuovono atteggiamenti e modi di fare sbagliati tra i giovani. Nell’edizione pomeridiana del Tgr Lazio, sul recente caso di un’altra zuffa a scuola con protagonista il coltello, un’insegnante intervistata non aveva dubbi, la televisione propone troppe scene di violenza dove vengono esibite armi di ogni tipo. Siamo alle solite, quando si presenta un problema che merita una giusta dose di riflessione e di confronto si prende la strada più facile, quella di criminalizzare la televisione. Se i giovani sono violenti la colpa è di quei programmi farciti di violenza, di disprezzo per le regole, di libertà estrema dei gesti. E poi, immancabile, arriva il ricordo dei bei tempi, quando la TV era un’altra cosa. Il sindaco e l’insegnate sono due esempi di come non voler affrontare la questione. Il primo probabilmente è più allarmato dal fatto che la serie televisiva è ambientata a Roma che dalla violenza rappresentata, e non avendo idee valide per entrare nel merito della questione preferisce mantenersi su un livello superficiale. Oltretutto l’aver accusato in modo esplicito solamente una serie televisiva appartenente a Sky, mantenendo vaghissima l’accusa verso tutte quelle produzioni dai contenuti forti che, in buona parte, sono attribuibili all’azienda del suo leader, induce a facili ma inevitabili considerazioni politiche. La seconda, l’insegnante, reagisce a questi episodi seguendo il modello comportamentale riconosciuto dai più, pur essendo in prima linea nel confronto con i giovani.

Mi sembra interessante ciò che scrive Morin nel saggio Lo spirito del tempo quando si concentra sul rapporto tra mezzi di comunicazione e violenza: «Le morti dei fatti di cronaca, per quanto ben reali a differenza di quelle simulate a teatro, sono in definitiva più lontane del lettore di quanto non lo siano dallo spettatore le morti shakespeariane». C’è da prendere in considerazione un certo grado di identificazione dello spettatore con i protagonisti di una storia. L’elemento chiave è che, se nella cronaca la violenza è oggettivamente reale ma non sempre provoca un processo di identificazione, nello spettacolo, che rientra sotto la voce fiction, ciò accade. Scrive ancora Morin: «c’è un fondo di violenza nell’essere umano che precede la nostra e ogni altra civiltà, e che non può essere ridotto una volta per tutte da nessuno dei mezzi di civilizzazione attualmente noti». Le storie appagano quel fondo di violenza che persiste nel pubblico, che persiste in noi, quella violenza che nel vivere insieme è regolamentata attraverso le leggi, ma che trova libertà di esprimersi entro un quadro di finzione. Questo, credo, potrebbe essere già un passo in avanti verso un’analisi meno strumentale e pregiudiziale della questione giovani, media e violenza. Strumentale perché, come ho già scritto, così facendo si evita un confronto serio sui quei fatti di cronaca; pregiudiziale perché far uso di preconcetti normalmente diffusi è di certo meno faticoso che impegnarsi in un’attenta riflessione. Dare la colpa a Libano (quello finto) è troppo facile.

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

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