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La crisi e il futuro dei giornali

new-york-timesIn questi giorni per motivo di studio, mi sono concentrato sulla crisi della carta stampata e del naturale confronto con l’informazione che viaggia in Rete. La crisi dei giornali non è una cosa nuova, già da tempo se ne parla, soprattutto negli USA dove attualmente si registra un vero e proprio crollo (con conseguente chiusura) delle testate. Un terremoto che non risparmia nessuno e che fa “tremare” anche i grandi colossi come il New York Times. A complicare le cose ci si mette anche la crisi economica che molto probabilmente sta accelerando l’estinzione dei giornali fatti di carta. Si, perché leggendo in giro di estinzione stiamo parlando, che è un processo lento, ma inevitabile. E che parte da un bel po’ di anni fa. Il post di Clay Shirky, che studia gli effetti sociali ed economici della rete e che insegna presso la New York University, scrivendo riguardo la crisi dei giornali, apre con un simpatico aneddoto. «Nel 1993 il gruppo editoriale Knight-Ridder si accorse che la rubrica del giornalista Dave Barry, pubblicata sul Miami Herald e su molti altri giornali, veniva copiata e diffusa senza rispettare il diritto d’autore. Decise quindi di fare un’indagine e scoprì diverse cose: una versione pirata della rubrica girava su internet, duemila iscritti di una mailing list la leggevano e un adolescente del Midwest si occupava personalmente di copiarla perché adorava gli articoli di Barry, e voleva che tutti potessero leggerli ». La Rete ha sbaragliato il concetto stesso di giornale e questo, per forza di cose, ha comportato una ridistribuzione delle forze in campo. Porto come esempio mio padre, figlio della informazione stampata, cresciuto con il giornale come unica fonte di approfondimento e di critica per sopravvivere in un ambiente informativo decisamente arido. Oggi non compra più il giornale perché può consultare diversi siti di informazione e inoltre può scovare notizie particolari semplicemente cercando nel Web.
Il dibattito di questi tempi ha provato a proporre qualche soluzione per correre ai riparti. Una di queste prende atto del cambiamento delle abitudini dei lettori e punta sui micropagamenti degli articoli digitali. La logica è quella di iTunes, pagare poco ma pagare. Così, si dice, le redazioni (per quanto snellite) potrebbero sopravvivere. Ma questi sono palliativi. Chiedere soldi per un modo di fare informazione che non piace più, non rappresenterebbe l’arma più adatta per sconfigger e la crisi. Shirkly lo descrive in modo molto chiaro nel suo post. Ciò che viene messo in discussione oggi è la natura stessa dell’informazione diffusa dai giornali, e soluzioni valide, per ora, non sembrerebbero esserci. Secondo lui c’è da aspettare e soprattutto da sperimentare, un modello valido emergerà da tutti gli strumenti che oggi si utilizzano e quelli che in futuro si utilizzeranno. E qualcosa di buono in questo modello c’è. Lo scrive Steven Johnson e Luca Sofri ci ragiona un po’ su. Se, nel caso dell’informazione tecnologica, oggi la Rete batte di gran lunga la carta stampata, si chiede Johnson, perché ciò non si può riflettere anche sugli altri fronti?
Oggi non ci si limita a fruire delle notizie, ma è chi vive la Rete che produce e si nutre allo stesso tempo delle notizie. È un dato di fatto. Ripenso a mio padre, oggi lui può evadere la struttura rigida di un giornale di cinquanta pagine e far uso di informazioni prodotte da tutte quelle fonti non prettamente giornalistiche. Penso al ruolo che hanno assunto e che stanno assumendo oggi i blog. Una struttura orizzontale, specializzata, plasmata sulla persona. Penso a come oggi i giornali rincorrano le notizie che sempre più spesso nascono e si diffondono prima sul Web. Gente come Clay Shirkly o Henry Jenkins, ad esempio, che scrivono e riflettono sui loro blog, producono direttamente in Rete infischiandosene del cartaceo. Certo, è indubbio il fatto che ancora oggi la stampa mette a disposizione contenuti utili ai stessi blogger, ma dal momento in cui le redazioni dovranno licenziare molti dei giornalisti che oggi lavorano, si domanda Shirkly, chi ci sarà a sostituirli? Mica è facile dare una risposta. Per niente facile.

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

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