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diario

Contemplando la mummia

mummyL’articolo di Baricco su Repubblica lo scorso 24 febbraio ha suscitato una serie di riflessioni a catena (alcune impregnate di vittimismo, come quella di Brunetta, sempre sullo stesso quotidiano, lo scorso sabato) che dimostrano l’attualità della questione.  L’intervento di Baricco invita a rinnovare profondamente non solo le logiche politiche riferite al sostentamento della cultura (termine orribile, ma che sostanzialmente descrive ciò che il denaro pubblico fa), ma il rapportarsi stesso alla cultura, troppo spesso nascosto sotto un fitto strato di sacralità. Lo scrittore si domanda se ancora oggi lo stato deve impegnarsi nel garantire a tutto il paese principi culturali forti, offrire al cittadino quegli strumenti che gli consentano di elevare, anche di poco, la sua condizione culturale. La risposta si trova osservando l’offerta culturale attuale:  quei settori enormemente cresciuti, come libri, musica leggera e produzioni audiovisive, non sembrano aver beneficiato delle politiche messe in campo dallo stato. Anzi, ciò deve essere ricondotto secondo quella doppia azione messa in atto dal mercato e dalla tecnologia. Invece dove la spesa pubblica è consistente, questi effetti non si riscontrano, al contrario, appaiono evidenti i sintomi di una vera e propria contrazione. E’ il caso del teatro, della lirica e della musica classica.
Già mi vedo i difensori di quella sacralità storcere il naso, la parola cultura affiancata a quella di mercato e tecnologia lascia, ancora a molti, un retrogusto amaro. Ma è così. Oggi l’azzeramento dei confini delle “riserve” culturali, dove in passato scorrazzavano allegre poche èlite, ha di fatto messo in crisi la missione dello stato. Oggi appare più facile poter fruire e, non meno importante, condividere cultura, proprio perché una serie di mutamenti permettono tutto questo. E allora, ecco la fatidica domanda, perché i finanziamenti pubblici non aggiustano la mira prendendo atto della situazione attuale della cultura? Perché non rivedere nel concreto i doveri dello stato nei confronti della cultura? Attenzione, questo non significa gettare la spugna, ma semplicemente provare a scrollarsi di dosso molte della false (o quantomeno anacronistiche) considerazioni del ruolo dello stato nei confronti della diffusione culturale. E non vuol dire neanche far finta di niente quando si osserva, con un po’ di amarezza, il divario che c’è nella fruizione e nell’offerta di cultura tra le diverse aree del nostro paese. Ma è chiaro che gli orizzonti stessi sono cambiati e che, anche chi non può soddisfare al meglio la propria fame di cultura, dispone comunque di due strumenti essenziali: la scuola e la televisione. Perché non incrementare le forze proprio su questi due settori? Perché continuare a contemplare forme di cultura agonizzanti  attraverso una vero e proprio accanimento terapeutico rappresentato dalla spesa pubblica? Lo so, può sembrare brutale come riflessione e forse lo è, ma indubbio il fatto che se oggi le nostre fondamenta culturali scricchiolano è perché non si è mai pensato di rinnovarle.
Sottolineo: il principio di difesa, di per sé, non è sbagliato, ma sono le strategie messe in atto che fanno acqua da tutte le parti. Perché continuare a perseverare nella convinzione che nulla sia cambiato, che la cultura risieda in luoghi immacolati dalla quotidianità dei gesti e lontano, lontanissimo dal comune vivere. E’ questo l’errore che oggi si paga caro. Come? Nell’aver troppo spesso orientato male le forze da spendere per la difesa, concreta ed efficace, della cultura. Se oggi la televisione è invasa da superficialità e poca complessità (nel senso positivo del termine) lo si deve proprio a questo. Una soluzione potrebbe essere quella di investire nel campo televisivo secondo un piano di rivalutazione concreto ed efficace della cultura. Agire in modo consapevole tenendo conto dei mezzi oggi usati, delle pratiche messe in atto, della benedetta convergenza culturale che Henry Jenkins da tempo indica e che, in molte realtà, sembra di fatto acquisita. In misura diversa, ma seguendo la stessa logica, bisognerebbe agire anche nel sistema scolastico, o meglio ancora, nell’offerta della didattica. Lo scollamento tra studenti ed insegnanti segnato in parte dal mutamento tecnologico, che di fatto a messo in luce pratiche diverse nella fruizione culturale, è un aspetto terribilmente valutato o, peggio ancora, stigmatizzato (basta pensare al binomio mediatico del bullismo e la rete).
Contemplare la mummia del tempo passato serve a poco. Meglio sarebbe uscire da quei luoghi sacri e provare a capire cosa il nostro tempo sta modellando, cosa ci sta offrendo per il presente e soprattutto per il futuro.

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

Discussione

Un pensiero su “Contemplando la mummia

  1. Ti farò dare un’ occhiata al progetto della mia tesi, allora… 🙂

    Pubblicato da sempreinbilico | marzo 8, 2009, 10:11 am

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