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diario

La mia breve esperienza politica

La mia breve esperienza in politica ha inizio quando, in un momento di grave difficoltà per il paese, con la imminente caduta del claudicante governo Prodi, Walter Veltroni decide di mettersi in gioco e provare (sottolineo provare) a dar vita ad un fenomeno politico senza precedenti. Una strana entità, un partito sdoganato (sulla carta) dalle vecchie logiche e dalle rivendicazioni di un passato migliore degli altri, libero dalle facce nostalgiche e dell’atavico difetto tipico italiano: quello di constatare che “si stava meglio quando si stava peggio”. Ecco, dicevo, il PD nasceva con queste ambizioni. Sfacciate, senza dubbio, ma pur sempre ambizioni coraggiose che meritavano di essere rincorse. E quindi ecco che entro a contatto con quello che erano i DS e la Margherita, e noto con piacere che i loro difetti con il PD non si ripeteranno. Per fortuna, mi dico, le loro idee di partito, di politica, di società cambieranno in questo nuovo progetto politico. Per fortuna.
Si arriva alle elezioni, stiamo lì a farci coraggio, a dirci che infondo anche se si perde, perché si perde, qualcosa sta nascendo in questo paese: la gente ci dà speranza. Nella mia esperienza, vissuta da semplice militante, e quindi a contatto con il territorio, vivo le vicissitudini di una travagliata scelta dei candidati che rappresentano le liste del PD. Ecco che qualche cosa sfugge, scintille e nervosismi appaiono e scompaiono, falsi sorrisi cercano di mascherare una tensione crescente, i nuovi strumenti di selezione dei candidati, ovvero attraverso il ruolo attivo dei sostenitori del partito, delle anime che lo vivono un po’ spaventa. Mica vorranno dirci, pensano quelli che provengono dai due partiti appena deceduti, mica vorranno dirci che le scelte le fanno tutti, tutti insieme? Infatti no, non va così. Per la scelta dei candidati per le elezioni municipali il circolo (che molti chiamano ancora sezione) dove facevo attività politica viene a sapere che il nostro candidato è già stato indicato e confermato. Si, ma da chi? Di certo non dagli iscritti. Ma va bene così, ci si passa sopra. C’è da fare la campagna elettorale.
Si arriva alle elezioni, il PD perde, ma questo si sapeva. Mica tanto. Ecco che in molti chiedono un congresso, per forza, dicono, Veltroni ha perso e ora c’è da scegliere qualcun altro. Mi assale un dubbio, che poi matura sempre di più: ma questi che invocano un cambio di guardia alla leadership del partito chi sono? Appago la mia curiosità dopo una semplice analisi statistica, di tutte le persone che si lamentavano, tutte, sottolineo tutte, provengono dai due partiti appena spirati. Stanno lì che indossano vestiti a lutto e rimpiangono i tempi andati. E poi giù con le critiche: non c’è organizzazione, e non si specificano i ruoli, le gerarchie, insomma, un dramma. Ma non sanno, questi, che il partito è nato da poco, che il PD è qualcosa che prima non esisteva e che c’è bisogno di tempo? No, sembra di no. Non lo sanno o forse fanno finta di non sapere. Fatto sta che ora c’è da dire che non si fa opposizione così. Bisogna essere duri, perdio, duri e puri, basta con ‘sto buonismo e che Di Pietro ci sta superando a sinistra e  noi, e noi chi siamo? Altra crisi di identità, altri fiotti di nostalgia spiattellata così, come viene.
Si arriva a questo autunno. La morte cerebrale del partito è ormai una constatazione. E i partiti a sinistra esclusi (perché incapaci di parlare al paese ma, a detta loro, la colpa è, guarda caso, di Veltroni) ci accusano di aver dato in mano il paese alla destra, e la Binetti rompe i coglioni, e le correnti infuriano, è tutta una corrente: si passa dai teodem, agli ecodem, poi si gira verso i dalemiani, per poi incrociare gli ex e i neo, i rutelliani (dopo un’indigestione di cicoria) chiedono vendetta per come è andata a finire a Roma, insomma, il partito è tutto un lamentarsi. Ma ci sta, ci deve stare, è normale che un grande partito che ambisce a rappresentare metà del paese, considerando le premesse e gli obiettivi contenuti nella sua stessa costituzione, accoglie in sé tante idee e , per fortuna, non tutte uguali. L’importante è il gioco di squadra, la meta per tutti dovrebbe essere quello che ho appena scritto sopra: rappresentare il paese, per poi governare e cambiarlo attraverso una profonda operazione di riforme. No, gli orfani dei partiti appena mummificati (come la mummia di Lenin) non ci stanno, siamo troppo diversi.
Intanto di attività politica si fa poco o niente, anzi, proprio niente. Si arriva a dicembre che ci autoconvochiamo, siamo disorientati e vogliamo confrontarci insieme, sfogarci, farci coraggio, sperare che questo silenzio del partito prima o poi finisca. Inoltre, il candidato che rappresentava il nostro circolo (non scelto dal circolo) non ce l’ha fatta (ma guarda un po’?) e quindi siamo in parte estromessi dalle vicende politiche del nostro territorio. Ma non è poi così grave, mi dicono, anche quei circoli che hanno sostenuto e sono riusciti a far eleggere dei loro rappresentanti questi, appena eletti, si fanno vedere poco, quasi niente. Il malumore intorno a Veltroni cresce. Lo si accusa sempre del solito “morbidismo”, lo si sbeffeggia per aver provato più volte il dialogo con la maggioranza, ormai Di Pietro, per loro (i nostalgici, per capirci) è un marxista pronto a scagliarsi contro il capitalismo. E noi? mi dicono, e noi chi siamo? Siamo un partito che sta provando a crescere, gli dico, mica è facile, certo è che se tutti vanno per i cazzi loro sarà un po’ difficile far quadrato e provare a cambiare le cose. No, non va, per loro, ormai attaccati al feretro dei loro vecchi partiti, di quella bella e semplice organizzazione partitica, tutto è finito. E poi, mi confidano, diciamocela tutta, pure la campagna elettorale aveva toppato Veltroni, con ‘sta canzone di Jovanotti che non c’entra niente, quando c’era quella bella di De Gregori.
Si arriva a questi giorni. Faccio volantinaggio sabato scorso al mercato popolare del mio quartiere. C’è sconforto, oltre che a un gran freddo. Distribuisco i volantini, qualcuno si ferma e mi dice che il governo non sta facendo niente, si ma pure voi, sempre a litigare, poi mettono il volantino tra i pomodori e le zucchine. E’ l’ultima uscita sul territorio prima della disfatta. Si perde in Sardegna e arrivano le dimissioni di Veltroni. Mi sale una rabbia che prenderei a calci il mondo. I nostalgici esultano, si svestono dai panni a lutto, spingono per Bersani, per qualcuno è addirittura eccelso. Finalmente si dicono tra loro, era ora che si dimettesse, del resto lo dicevamo da tempo così non si poteva andare avanti. Li osservo con occhi stupiti, sul serio, è stupore quello che provo: stanno lì a sorridere, ad entusiasmarsi direi, per l’ennesima sconfitta non del loro partito, ma della storia del centrosinistra italiano. E’ l’atavico dilemma che ci contraddistingue da sempre, ci diamo le mazzate sui coglioni, e poi ridiamo, si, ridiamo. Come ha detto oggi Veltroni durante la conferenza stampa, quando davanti a una platea di elettori di destra  si parla male del centrosinistra piovono applausi; quando davanti a una platea di elettori di  centrosinistra si parla male del centrosinistra piovono applausi.
Io da oggi metto fine alla mia esperienza politica nel PD. Entravo un anno fa con la consapevolezza di non avere un passato politico, ma delle idee da mettere in pratica grazie ad uno strumento nuovo, esco con la disillusione che, purtroppo, continua a perseguitarmi da sempre: questo paese di idee nuove non sa che farsene.

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Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

Discussione

Un pensiero su “La mia breve esperienza politica

  1. Analisi semplice, rapida, perfetta.
    Non ti leggevo da un po’, traspare la disillusione, che è anche la mia.
    Il paese glielo abbiamo regalato a questa destra, tra le peggiori in Europa. Non si possono vincere le elezioni per due volte (1996 e 2006) e durare solo 2 anni tra guerre intestine e psicodrammi. La gente non ti capisce e non ti segue più.
    Sono stanco anch’io delle guerre interne, dei duri e puri, di chi critica sempre e solo la propria parte.
    C’è sempre quello più a sinistra di te, non ne posso più dei Grillo, dei Travaglio, dei maestrini che criticano tutto e tutti salvo poi regalare il paese agli altri.
    Tanto uno scrive libri, l’altro si inventa il vaffa day. Ma vaffa va’!
    Scusa lo sfogo Andrè, ma non ti vedo più in piscina e non posso sfogarmi lì.
    A presto e tieni duro.

    Pubblicato da Andrea | febbraio 27, 2009, 8:40 am

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