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Raccontare la violenza

violenzaIn questi giorni ho seguito con grande interesse un flaming che ha preso vita nelle pagine del blog di Loredana Lipperini, la discussione faceva perno sulla copertina del fumetto Il massacro del Circeo scritto da Leonardo Valenti e disegnato da Fabiano Ambu. Ne è nato un flaming, almeno tra i primi commenti, perché poi, invece, ha preso vita un interessantissimo scambio di idee su concetti come violenza, empatia, metodi di narrazione e approccio del lettore alla narrazione. Faccio un sunto: la Lipperini trovava ripugnante la copertina del fumetto (qui il post con copertina allegata), la conseguenza è stata una valanga di commenti, gli autori si sono difesi, altri blog hanno preso parte alla discussione, parecchi utenti della rete sono intervenuti dicendo la loro. Ora, facendo una scrematura dei commenti, ovvero non considerando quelli dettati più dall’irritazione e per la difesa di uno o dell’altro fronte, col tempo e a mente fredda sono comparsi interventi ponderati, puntuali e ricchi di spunti per ulteriori approfondimenti.
Nel caso specifico di quello che sto scrivendo, ho ritenuto quantomeno stimolante alcuni passaggi della discussione. Ma, prima di tutto, la discussione stessa. Che la rete sia uno spazio per il dibattito questo è risaputo e ormai del tutto consueto tra gli utenti che la frequentano, e se ci si affaccia alla rete lo si fa anche per dialogare. Scrivo anche perché la rete non è solo dialogo, può essere allo stesso tempo un ottimo strumento per diffondere un contenuto in modo capillare e rapido, come esporre in tante vetrine, nello stesso momento, un qualcosa. Però, la vetrina, in questo caso, non è un luogo separato da tutto il resto, non è un semplice spazio espositivo, qui si può interagire con essa, addirittura si può modificarne la sua forma originale. Se scrivo queste mie riflessioni lo faccio perché non credo di avere la verità sulla punta delle dita, e un tasto Invio non diffonde questa mia verità a tutti. Al contrario, scrivo e condivido con chi mi legge queste mie riflessioni perché voglio nutrirmi di quelle degli altri, leggere, comparare e integrare quello che io penso con quello di chi passa da queste parti. E’ forse uno dei punti cardine della natura stessa di Internet. Tutto questo pistolotto per cosa? Per considerare positivo il confronto in rete, anche se acceso. Non mi piace chi lo evita, o chi lo sminuisce o chi, peggio ancora, lo reputa uno dei problemi di Internet. Una discussione come quella che la Lipperini ha dato vita, merita prima di tutto di essere rispettata perché non offensiva ma, al contrario, dialogica e aperta agli interventi.
In merito alla questione. La copertina ha lasciato anche a me un po’ di dubbi. Preciso, non posso giudicare il libro perché non l’ho letto, ma certo quell’illustrazione che si presenta non mi stuzzica poi tanto. Credo, oltretutto, che una copertina abbia un suo potere indipendente dal libro, la considero una sorta di anticamera di ciò che troverò (se mai leggerò) nel libro; non solo, la copertina diventa l’icona del libro quando questo è diffuso nel sistema comunicativo, di solito quando scrivo di un romanzo pubblico anche la copertina; ed infine la copertina stessa può essere l’unico input che il libro trasmette, non tutti leggono quello che si trovano di fronte e di certo non possono evitare il messaggio che la copertina, solo con lo sguardo, trasmette. E’ drammaticamente attuale la violenza sulle donne, ma non per questo deve essere esclusa, e in passato non lo è stata, dalle narrazioni. Riporto qui due estratti dai commenti ai post pubblicati dalla Lipperini, il primo è quello di Wu Ming 1 riguarda la prospettiva maschile al concetto di stupro: «sottovalutare il fatto che quasi tutte le donne che sono intervenute qui e altrove abbiano trovato l’immagine raggelante, sottovalutare questo, non rifletterci sopra, è già un pericolo, ci mette su un brutto piano inclinato. Siamo per questo tutti stupratori in pectore? No. Ma, per via della nostra lunghissima consuetudine col dominio indiscusso sull’altro genere, abbiamo meno sensori delle nostre sorelle. Ci paiono “normali” cose che non dovrebbero (più) esserlo».
Mi trovo d’accordo con Wu Ming 1 perché il timore a considerare normali fatti gravissimi come lo stupro, è un rischio che si potrebbe correre. Forse chi ha difeso la copertina del fumetto ha scisso la composizione artistica dal suo significato, ne ha valutato l’aspetto esteriore, la materia, non il suo spirito. E non c’è competenza che tenga, davvero. Non è detto che un lettore non appassionato di fumetti non possa avere gli strumenti di saper giudicare una copertina di un fumetto. Così non avrebbe senso il ruolo stesso del lettore e la sua libertà di poter spaziare da uno stile narrativo all’altro.
Interessantissima è la riflessione sull’empatia nella narrazione quando questa tratta temi incentrati sulla violenza, nata proprio dalla discussione. A tal proposito riporto un estratto dal commento lasciato da Guglielmo Pispisa: «La copertina del fumetto ha disturbato anche me. Ma allora perché, pensavo, trovo eticamente accettabile la rappresentazione della violenza di Ellis e non quella di Ambu? Un motivo è molto ben inquadrato dal post di oggi: il distacco, l’assoluto straniamento che produce il seguire la vicenda di Bateman dal suo punto di vista che però rimane distante anni luce da ogni possibile condivisione. Però non credo che basti. American Psycho infatti, sia pur in chiave algida, quasi disincarnata, rappresenta in modo insistito atti immondi e intollerabili, indugiando di continuo con lo sguardo, direi ai limiti della tollerabilità». Probabilmente non si instaura tra il lettore e la narrazione di Ellis un’empatia, non ci si veste di quegli abiti cuciti apposta per raccontare episodi di crudeltà. Forse ciò accade con la copertina del fumetto in questione, cioè, lo sguardo rivolto ai quei personaggi non si scrolla di dosso quel giusto distacco che serve a non mettere in dubbio la malvagità dei tre. Non amo le critiche gratuite sventagliate come colpi di mitra, ecco perché non giudico la buona fede degli autori (oltretutto ho avuto modo di leggere il libro La banda della Magliana, sempre della Beccogiallo, trovandolo un ottimo esempio di fumetto impegnato sulla cronaca, per nulla banale) e, credo, è con il commento di Gipi che si può indicare un ottimo esempio di critica costruttiva, non solo dovuto all’esperienza di Gipi in quanto fumettista, ma più in generale, un quanto narratore: « Non basta dire “faccio un fumetto a tema sociale” per sentirsi a posto. C’è la forma. E se la forma non riesce a distaccarsi dalla visione delle due gnocchette abbracciate e dall’idea dei demoni con la maschera, allora vuol dire che il lavoro di riflessione fatto sull’argomento è stato debole».
Riassumendo, da una discussione inizialmente incentrata su un flaming scatenato, si è giunti ad una riflessione (qui striminzita, ma che consiglio di leggere) su temi come la violenza, il valore posto ad una narrazione di questa violenza, la prospettiva di tal valore che cambia a seconda del genere, ma che ha toccato anche questioni come l’abbattimento di compartimenti stagni tra i narratori che comunicano attraverso media diversi e, infine, la presa di coscienza di una narrativa globale e la formule per comunicare attraverso una copertina. Mica male.
Sulla violenza, la guerra e più in particolare la questione mediorientale vorrei parlare a breve di due esempi a mio parere molto interessanti: il film Valzer con Bashir e il fumetto Palestina di Joe Sacco. A presto.

Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

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