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libri, Recensione, Storie

Ti racconto la mia vita

Questa pubblicata qui sotto è l’intervista dedicata a Gloria Belotti autrice del piccolo romanzo Vergine forever. Ho già scritto qualcosa sul suo libro e di come Internet (in particolare aNobii) mi ha permesso di conoscere Gloria e la sua scrittura. Sarò ripetitivo, ma non posso fare a meno di sottolineare che grazie alla rete ho scoperto, e tutt’ora scopro, un numero notevole di buone ed ottime letture, sorprese e arricchimenti che fanno sempre bene. Un altro elemento  che si va ad aggiungere a quello che ho scritto e pensato riguardo la letteratura rapportata al Web.

La recensione del libro questa volta l’affido al metodo dell’intervista E’ la prima volta che mi cimento in un’intervista. L’esperienza mi è piaciuta e spero di ripeterla con altri autori, è davvero interessante confrontare le sensazioni e le idee maturate durante la lettura con chi ha scritto quel testo. E’ un modo per capirci di più di ciò che si è appena letto, per testare gli strumenti critici usati nel corso del tempo (e magari rinnovarli o affinarli) e per non seguire la strada già battuta, ma cercare di aprire nuovi sentieri. Un pò mi sono messo in gioco, temevo nei risultati, ma nel concreto credo di aver fatto qualcosina di buono. A voi giudicare.
Ciao Gloria, la prima domanda che ti faccio, forse la più spontanea per chi, come me, si avvicina per la prima volta al tuo libro è perché aprire un blog e scriverci della tua vita?

L’ho aperto il giorno prima di un esame di cinema, e circa una settimana prima di un interverto chiururgico. Delle mie convalescenze post-operatorie, soprattutto da bambina, ricordo il senso di solitudine, senza amici della mia età. Giorni interi a fissare la parete davanti a me. Sì a volte capitavano i visitatori ma di solito era palese un certo disagio, non sapevano cosa dire e non vedevano l’ora di andarsene. Per me era devastante. E’ anche vero che durante quei periodi di isolamento forzato leggevo moltissimo per alleviare la frustrazione.
Dopo l’ ultimo intervento a cui mi sono sottoposta volevo cercare di mantenere un qualche contatto con il mondo. All’epoca avevo quasi vent’anni e non volevo più farmi travolgere dagli eventi. Un blog mi sembrava un buon modo per tenere in mano le redini della faccenda. Un po’ come la protagonista di Frida (il film di Julie Taymor) che dopo l’incidente passa le giornate a disegnare farfalle sul gesso.

Un aspetto che mi ha molto incuriosito del tuo libro sta proprio nel linguaggio utilizzato. Fai uso di alcune abbreviazioni tipiche della scrittura sms, molto in voga tra gli adolescenti, esempio lampante è la “k” che sostituisce il “ch” o semplicemente la “c”. Era un gesto spontaneo o volevi affidare alla lettera “k” un significato più complesso?

Si è trattato di un omaggio (un po’ indiscriminato, devo ammettere con il senno di poi) a un certo tipo di cultura punk , ma soprattutto a Jack Frusciante è uscito dal gruppo, un libro che ha segnato l’adolescenza di buona parte della mia generazione. Poi c’è da dire che l’impostazione visiva del mio blog era oggetto di un lavorio di resa grafica che in fase di pubblicazione cartacea è andato perso, e anche le –k- si inserivano in questa ingenua operazione di ricerca tipografica. Non c’è alcun riferimento alle abbreviazioni da sms, piuttosto mi piaceva la durezza evocata dal suono – kappa –: decisamente molto più punk rispetto alla lettera –ci-, no?

La tua è una storia post-adolescenziale e, spesso, ogniqualvolta si parli di giovani e letteratura l’autore più citato è Brizzi (almeno per la nostra generazione). Mentre scrivevi il libro ti sentitivi influenzata da Jack Frusciante?

Ti ho risposto sopra. Brizzi, fino a Tre ragazzi immaginari è stato assolutamente determinante. Aggiungerei altri due autori: l’Irvine Welsh di Ecstasy e il Blaise Pascal dei Pensieri.

Poi c’è la tua storia e qui, citazioni o non citazioni, sei tu che emergi tra le pagine. Ci vuole coraggio a scrivere la propria storia, i timori, le ansie, i desideri che tutti abbiamo ma che poi ogni coscienza sa modellare a proprio piacimento. Leggendo le tue giornate a volte mi sembrava di leggere i pensieri di Gloria e non ti nascondo che ho provato un certo imbarazzo, credevo di essere un intruso. Hai mai temuto nella condivisione dei tuoi pensieri o tutto ti appariva naturale?

vergineforever

Vergine forever, Coniglio Editore, € 5

Questa è una bella domanda. Diciamo che sono una persona diretta, nella vita ancora più che nella scrittura. Credevo e credo ancora che certe cose andassero raccontate. All’epoca non avevo le capacità tecniche per farlo e più di una volta mi sono pentita di aver pubblicato il mio blog, essenzialmente per quanto riguarda l’aspetto letterario del testo. Certe cose, guardandole dal punto di vista autoriale, non le scriverei più, sono troppo autoreferenziali e stilisticamente ingenue. Ma dal punto di vista umano lo rifarei. Se anche solo una persona dopo aver letto il libro si è interrogata sull’esperienza che ho raccontato allora va bene, sottoscrivo anche gli errori. Non conta tanto che quella sia la mia esperienza, quanto il fatto che sia una vicenda che può realmente accadere . Credo che molte persone con disabilità affrontino problemi simili ai miei ma hanno un approccio diverso. Preferiscono elaborare dall’interno certe cose invece che buttarle fuori. Il che è perfettamente legittimo: ognuno gestisce l’handicap nel modo che gli è più consono. Però credo che i normo vadano aiutati a capirci. Di solito l’immagine dell’handicappato è quella della persona rassegnata e paziente, oppure dell’utopista che vive fuori dal mondo. E a volte pur di sentirsi accettati ci si adegua a questa immagine piuttosto che fare un tentativo di essere se stessi. Penso che da entrambe le parti, sia tra i normo che tra i disa, manchi la consapevolezza di un’autentica uguaglianza di fondo. Nel bene e nel male. Voglio dire, ho molti problemi di salute, ma non è vero che questo mi rende automaticamente una persona migliore o più sensibile. Spesso tende a incattivirmi e non farmi risucchiare da questa disillusione che percepisco a volte, ti assicuro, richiede uno sforzo costante che non sono sempre in grado di sostenere.
Altre volte la mia vita è semplicemente un casino, allo stesso modo in cui lo è la tua.
Avrei potuto trasporre tutta la mia vicenda in terza persona ma mi sembrava poco sincero nascondersi dietro a un personaggio quando ero consapevole che stavo parlando di me.

Scorrendo le pagine ho notato un paio di cose, la prima riguardo la tua condizione. Si passa da toni molto cupi e parole grezze pronte ad esplodere da un momento all’altro, ad atmosfere meno tese, più riflessive. Mi pare, e qui entra in ballo il secondo aspetto che ho notato (forse legato al primo), che la tua storia racconti una crescita: svestirsi degli abiti adolescenziali per far proprie nuove idee, intraprendere nuove strade. Mi sbaglio?

Sì, sì. Diciamo che un linguaggio duro, che a tratti rasenta davvero il turpiloquio, in passato mi ha aiutato a indirizzare il piano dell’espressività in un determinato modo un po’ pulpeggiante. Diciamo anche che avevo paura di apparire melodrammatica. A volte mi è capitato di sentir rileggere quello che ho scritto in versione censurata: senza kazzi e affini. Alcune parti le ho trovate sinceramente toccanti. Così buone che in seguito ho deciso di ridurre nella mia scrittura la componente gergale che, come hai notato era preponderante. La scurrilità è una prova per il lettore e una difesa per me. L’aggressività che scaturisce dalla  volgarità è una forma di tutela dall’esporsi con troppo candore. Crescendo si impara appunto a trovare un equilibrio tra aggressività e lirismo. Nella scrittura come nella vita. Abbandoniamo lo stereotipo di noi stessi che ci siamo costruiti e diventiamo persone a 360° gradi. O almeno è così che dovrebbe funzionare.

Stefanodelkazzo, il ragazzo conosciuto in rete, che poi sarà in qualche modo attore non protagonista della tua storia, incarna uno spicchio della tua vita relazionale, quella legata ai sentimenti. Che valore affidi a quelle relazioni che si vengono ad instaurare in Internet?

Stefanodelkazzo, il Timido epico e le mie altre frequentazioni di chat anche se poi hanno avuto un risultato disastroso mi hanno fatto acquistare una fiducia in me stessa che prima potevo solo sognarmi. Mi hanno fatto capire che ero davvero in grado di esprimersi.
A un livello più generale, come intensità di affetto, le mie attuali amicizie online hanno un valore pari a quello delle mie amicizie “carnali”. Chi trova un amico, secondo me, trova un tesoro sia per strada che sul web.

Il libro è una trasposizione del tuo blog. Nel tuo caso, hai interpretato questo strumento messo a disposizione dalla rete come un diario personale. Quali sono, secondo il tuo parere, le differenze tra un blog e la sua trasposizione su carta?

La soddisfazione della pubblicazione cartacea è impagabile. Però la rete permette l’utilizzo di tanti media differenti: suoni, immagini… E hai un feedback più immediato da parte dei lettori. Sono due tipologie di comunicazione profondamente diverse. Online puoi avvalerti di un sacco di altri strumenti, invece sulla carta la parola deve bastare a se stessa. L’autosufficienza della scrittura è un concetto che in rete tende a perdersi, e chi vuol pubblicare su carta, me per prima, non dovrebbe mai dimenticarlo.

Continui ancora a scrivere in rete, il tuo blog (http://www.darsipace.splinder.com/) accoglie pensieri, riflessioni, commenti a libri letti ed altro ancora. Rispetto ai primi post del 2003, cosa è cambiato? Che cos’è oggi il tuo blog?

… Un’ omaggio a Roberto Bolaño!!!
In realtà, al di là della resa grafica molto più pulita ed essenziale, continua a essere il diario di una persona che cresce e attraverso la scrittura prova a tenere le fila della propria vita.

Informazioni su andreapatassini

Andrea Patassini detto Patassa si occupa di tecnologie per l'apprendimento, e-learning, coding e pensiero computazionale. Appassionato di fumetti (in tutte le salse), deve capire come far entrare in libreria tutti i numeri del Topo.

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