Girovagando per la Rete, passo per il sito della Feltrinelli. Un banner in alto mi comunica che è appena uscito Esbat di Lara Manni, scrittrice esordiente nell’editoria, ma già apprezzata nel Web per le sue fan fiction. Salto dalla sedia, voglio saperne di più. E così trovo il suo blog. Scopro che Lara è una scrittrice di fan fiction molto apprezzata, che ha pubblicato le sue storie su EFP e che oggi, una di quelle storie, sbarca nelle librerie. Il caso di Lara Manni deve far riflettere. È l’esempio concreto di come oggi, anche in Italia, la fan culture stia emergendo con gran forza, spinta da una bella ventata fresca di creatività. Esbat è un romanzo che nasce come fan fiction, ma che poi trova una sua autonomia che gli permetterà di affacciarsi nell’offerta sterminata dell’editoria italiana. Eppure tutto è nato dalla Rete, tutto ha preso il via in una dimensione altamente partecipativa e orizzontale come sono le fandom.La storia ha preso forma seguendo la pratica partecipativa della fan fiction, rielaborando altre storie per poi proporsi come narrazione forte di una sua caratteristica distintiva. Qui sotto l’intervista a Lara Manni, buona lettura.
Ecco la mia prima domanda, forse la più scontata, ma anche quella che ci permette di capire da dove nasce il libro: quando inizi a scrivere fan fiction e come sei giunta a pubblicare Esbat, il tuo romanzo?
Ho iniziato per puro caso. Meglio, per gioco. Meglio ancora, nell’ambito di una gara scherzosa tra fan writer: un torneo a eliminazione nel quale si chiedeva a ognuno di duellare “a parole” con un altro. La prima short fic, scritta nel 2006, era ironica e aveva per protagonista un albero di magnolia. Ma mi sono talmente divertita che ho continuato. E dopo qualche mese Esbat, che era nata come breve divertissement, è diventata una storia lunga, e una storia molto seria. Quanto alla pubblicazione, credo che ormai l’iter sia abbastanza noto. Un lettore della fan fiction l’ha segnalata a una persona che lavora con l’editoria, che mi ha messo in contatto sia con l’agente che con l’editore, consigliandomi su diversi punti. Subito dopo, ho avuto altri suggerimenti preziosi sull’editing, prima di cominciare quello ufficiale. Ecco tutto.
Ho letto che uno degli aspetti che meno ti piace di alcuni autori manga è quello di rendere i cattivi cattivissimi per poi giustificare la loro uscita di scena. Nel tuo romanzo metti in discussione questo equilibrio, provi a cambiare la storia, un po’ come fanno i fan?
In realtà quello è stato solo il punto di partenza, poi il romanzo è divenuto un’altra cosa. Però quella di non delineare bianchi o neri è sempre stata una mia esigenza di lettrice, prima ancora che di scrivente. Non ho mai creduto che un personaggio, umano o divino che sia, possa essere un malvagio da operetta, con tanto di risata satanica e sogni di onnipotenza. Credo che qualsiasi personaggio debba essere fatto di sfumature, e non di un unico colore. Per quanto riguarda i manga – ma anche molti romanzi – mi sembrava incoerente un procedimento molto frequente, ovvero il cambiamento di rotta a metà percorso: far diventare improvvisamente tenero, innamorato e sensibile un eroe freddo e determinato, senza motivazioni realmente plausibili e in tempo relativamente breve, mi sembrava e mi sembra la rottura del famoso patto con il lettore senza il quale nessun testo avrebbe senso.
Quando hai capito che quello che stavi scrivendo si stava scollando sempre più dal suo plot originale, insomma, quando hai capito che la fan fiction si stava trasformando in un romanzo?
Dopo i primi cinque capitoli. Mi sono fermata e mi sono detta: se concludo qui, è una fan fiction, ma se vado avanti diventa una mia storia. Sono andata avanti.
Esbat prova a far interagire mondi diversi: il tuo, quello di chi scrive, il mondo dei personaggi che raccontano o che vivono le storie come quello dell’autrice di Inuyasha e di Ivy la ragazza italiana coinvolta negli avvenimenti e, infine, quello dei personaggi del manga che poi cercheranno una loro autonomia. Cosa ti ha spinto a questa interazione tra piani diversi?
Ecco: il mio personaggio non è l’autrice di Inu Yasha, in nessun modo. Bensì l’autrice di un manga che si chiama La leggenda di Moeru. La precisazione è necessaria: la Sensei è una mia invenzione, è l’eroina negativa cui ho sempre desiderato di dar vita, e non ha nulla a che vedere con persone reali. Quanto ai piani: be’, il mio non appare molto. Il narratore che tutto sa interviene soltanto in due momenti, quindi non ci sono riferimenti al mio mondo e alla mia vita se non quelli che chiunque scrive porta nelle sue storie, più o meno consapevolmente. Chi scrive ruba: non sono certo la prima a dirlo. Ruba agli altri, ma anche alla propria esistenza. E questo è avvenuto anche in Esbat. Quanto all’interazione: da lettrice, ho sempre amato le storie dove il sovrannaturale fa irruzione nel mondo quotidiano, più che le saghe ambientate in un mondo totalmente immaginario. Per questo ho creato i diversi piani. E perché credo che altri piani, infine, esistano davvero.
Quello che racconti nel romanzo nasce da un’altra storia, oggi viene riadattato dai fan in altre fan fiction, fan art, poesie, parodie. Quindi la tua storia oggi è materiale per altre narrazioni, un ciclo senza fine…
Questa è la cosa più bella che possa accadere ad una storia. Del resto, non è avvenuto sempre così? Quante versioni di Orlando Paladino conosciamo? Infinite. Perché non dovrebbe continuare ad accadere con racconti grandi e piccoli, ancora? Qualche giorno fa ho letto che Salinger si è opposto all’annunciato proseguimetno de Il giovane Holden da parte di uno scrittore. Comprendo, ma non concordo: il suo romanzo appartiene a chiunque lo abbia letto e voglia immaginare una sorte per il suo protagonista.
Raccontare storie attraverso un processo di reinterpretazione come quello della fan fiction sta aprendo nuovi scenari nella narrativa italiana?
Come ti dicevo, credo che quegli scenari siano sempre esistiti. La risposta è: può darsi. Ma a me piacerebbe parlare anche di horror o di urban fantasy che dir si voglia. Credo che sia importante che, qualunque sia la provenienza della storia, si aprano scenari nuovi in questo settore.
C’è un’interessantissima analisi su Esbat compiuta da Angelo Scotto che, mettendo a fuoco una serie di punti del romanzo, secondo quanto scrive, questi trovano una certa sintonia con la logica della New Italian Epic proposta dai Wu Ming. Un punto mi sembra particolarmente calzante, quello che riguarda la comunità e la transmedialità. Che ne pensi?
Angelo Scotto è un teorico sopraffino, e la sua analisi mi ha commosso e inorgoglito. Credo che comunità e transmedialità siano caratteristiche fondamentali per chi scrive, oggi. Dopo di che, non credo di essere degna di avvicinarmi al New Italian Epic. A Roma si dice “hai voglia a mangiare patate”!
La tua storia in libreria è un esordio che si confonde nel mare sterminato dell’offerta narrativa, ma tu provieni da una fandom che ti ha sostenuto fortemente e chi ti apprezza, insomma, in Rete te sei già un’autrice. Senti qualche differenza nell’affacciarsi tra gli scaffali delle librerie italiane?
Sì. La presenza di lettori che hanno conosciuto e amato la storia sul web è un sostegno meraviglioso. Lo è stato nel corso della pubblicazione online e lo è ora, in termini di partecipazione, di affetto, di vicinanza. Ciò detto, Esbat resta una goccia nel famoso mare magnum. Di questo sono sempre stata consapevole e lo sono tutt’ora. Pubblicare è un inizio, non un traguardo.
Ultima domanda: cosa stai leggendo in questi giorni?
Ho finito Notturni di Ishiguro e vorrei leggere Educazione siberiana.
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Siamo davvero giunti alla fine dei blog? Un articolo di qualche settimana fa
Romanzo Criminale
In una breve intervista telefonica per Repubblica, Debora Serracchiani affermava che la Rete è stato un terreno strategico per incontrare l’elettorato, iniziando proprio dall’ambiente dei social network, in particolare Facebook. E che, inoltre, l’aver curato personalmente le proprie pagine del “libro faccia” ha reso più diretta la comunicazione. Insomma, anche il Web ha fatto la sua parte, partendo da quel
Riguardo a quest’ultima considerazione credo possa risultare utile la riflessione di Andreoli. Secondo lo psichiatra, i vampiri che oggi vengono proposti sono privi, o quasi, di quella carica sessuale che da sempre aveva contraddistinto la figura di colui che, pur non potendo avere un rapporto sessuale con la vittima, agiva però attraverso gesti altamente erotici come mordere e succhiare sangue. Oggi invece si starebbe affermando una generazione di vampiri che rispecchia la crisi di un’identità forte dei giovani di oggi. Non solo, secondo alcuni questo spostamento dei significati legati alla figura del vampiri rispecchierebbero anche una caduta dell’uso ideologico del vampiro nella rappresentazione del padrone sfruttatore o del dittatore dei regimi totalitari. Non a caso nell’immaginario collettivo il vampiro è collocato ad uno dei pioli più alti della scala gerarchica, capace di sfruttare e sottomettere una popolazione spaventata. Il presente mostra un vampiro integrato che ha smussato i suoi spigoli, meno cattivo e più incline a capire e relazionarsi con la sua “vittima”. Tra virgolette perché più che vittima sembra una o un partner, una sintesi del significato di mortalità messo a confronto con quello di immortalità. E sicuramente scendendo a fondo del paradigma del non-morto, c’è una certa attrazione per l’immortalità, per quel vivere all’infinito senza nessuna barriera del tempo. Allora provare a relazionarsi con questo non-morire, magari con una storia d’amore, apre nuovi orizzonti e non è detto che si debba sempre scadere nello stucchevole.
È il caso di
Walter Siti con il romanzo
Prima domanda: come ti è venuta in mente l’idea di realizzare un podcast con i tuoi studenti?
Esistono diverse tipologie di supereroi. Ci sono quelli con muscoli e mantellina, quelli dai poteri straordinari o quelli che, pur non volando, si confermano eroi normali. Quelli poco o per niente umani, o quelli decisamente umani. Gli eroi sono una componente fondamentale per ogni cultura, la figura leader, l’esempio, l’archetipo spesso rappresenta un’idea condivisa, un fattore aggregante. Eroi antichi, come re buoni o come i principi azzurri delle fiabe, esempi di lealtà e di umanità, figure inattaccabili dalla corruzione quotidiana, originariamente usati come strumenti educativi. Attraverso le fiabe i più piccoli imparavano a distinguere quali atteggiamenti adottare e quali no nel loro esordio alla vita. La domanda è: oggi esistono ancora eroi? Osservando il successo ai botteghini dei film dedicati ai supereroi, direi proprio di sì. Una vera e propria seconda giovinezza per quei personaggi dei fumetti un po’ ingialliti nel tempo che oggi trovano slancio e tornano a far sentire il loro peso nell’industria culturale. Da Batman a Spiderman passando per Hulk e arrivando a Wolverine, i supereroi trovano nelle sale cinematografiche un successo che rinnova la loro natura originaria. Ma poi esistono una categoria di eroi sottovalutata eppure presente, quella degli scaffali del supermercato. Entrate nel vostro supermercato, fatevi un giretto per gli scaffali dove sono ordinati i cereali. Scatole coloratissime dove, di solito, ci sono scimmiette ammiccanti, tigri forzute,
Per Holly Stokes, della University of South Australia, che ha contribuito nella realizzazione di un interessantissimo saggio (già citato su queste pagine) intitolato
Quella di dar vita ad una bufala mediatica che poi si diffonde nei canali comunicativi è una pratica che mi affascina. È un’ottima esercitazione per vedere “che effetto fa” provocare una destabilizzazione nel normale equilibrio del sistema dei media. I Wu Ming ne sanno qualcosa, in passato infatti con