Dalla fan fiction alla libreria, intervista a Lara Manni

EsbatGirovagando per la Rete, passo per il sito della Feltrinelli. Un banner in alto mi comunica che è appena uscito Esbat di Lara Manni, scrittrice esordiente nell’editoria, ma già apprezzata nel Web per le sue fan fiction. Salto dalla sedia, voglio saperne di più. E così trovo il suo blog. Scopro che Lara è una scrittrice di fan fiction molto apprezzata, che ha pubblicato le sue storie su EFP e che oggi, una di quelle storie, sbarca nelle librerie. Il caso di Lara Manni deve far riflettere. È l’esempio concreto di come oggi, anche in Italia, la fan culture stia emergendo con gran forza, spinta da una bella ventata fresca di creatività. Esbat è un romanzo che nasce come fan fiction, ma che poi trova una sua autonomia che gli permetterà di affacciarsi nell’offerta sterminata dell’editoria italiana. Eppure tutto è nato dalla Rete, tutto ha preso il via in una dimensione altamente partecipativa e orizzontale come sono le fandom.La storia ha preso forma seguendo la pratica partecipativa della fan fiction, rielaborando altre storie per poi proporsi come narrazione forte di una sua caratteristica distintiva. Qui sotto l’intervista a Lara Manni, buona lettura.

Ecco la mia prima domanda, forse la più scontata, ma anche quella che ci permette di capire da dove nasce il libro: quando inizi a scrivere fan fiction e come sei giunta a pubblicare Esbat, il tuo romanzo?

Ho iniziato per puro caso. Meglio, per gioco. Meglio ancora, nell’ambito di una gara scherzosa tra fan writer: un torneo a eliminazione nel quale si chiedeva a ognuno di duellare “a parole” con un altro. La prima short fic, scritta nel 2006, era ironica e aveva per protagonista un albero di magnolia. Ma mi sono talmente divertita che ho continuato. E dopo qualche mese Esbat, che era nata come breve divertissement, è diventata una storia lunga, e una storia molto seria. Quanto alla pubblicazione, credo che ormai l’iter sia abbastanza noto. Un lettore della fan fiction l’ha segnalata a una persona che lavora con l’editoria, che mi ha messo in contatto sia con l’agente che con l’editore, consigliandomi su diversi punti. Subito dopo, ho avuto altri suggerimenti preziosi sull’editing, prima di cominciare quello ufficiale. Ecco tutto.

Ho letto che uno degli aspetti che meno ti piace di alcuni autori manga è quello di rendere i cattivi cattivissimi per poi giustificare la loro uscita di scena. Nel tuo romanzo metti in discussione questo equilibrio, provi a cambiare la storia, un po’ come fanno i fan?
In realtà quello è stato solo il punto di partenza, poi il romanzo è divenuto un’altra cosa. Però quella di non delineare bianchi o neri è sempre stata una mia esigenza di lettrice, prima ancora che di scrivente. Non ho mai creduto che un personaggio, umano o divino che sia, possa essere un malvagio da operetta, con tanto di risata satanica e sogni di onnipotenza. Credo che qualsiasi personaggio debba essere fatto di sfumature, e non di un unico colore. Per quanto riguarda i manga – ma anche molti romanzi – mi sembrava incoerente un procedimento molto frequente, ovvero il cambiamento di rotta a metà percorso: far diventare improvvisamente tenero, innamorato e sensibile un eroe freddo e determinato, senza motivazioni realmente plausibili e in tempo relativamente breve, mi sembrava e mi sembra la rottura del famoso patto con il lettore senza il quale nessun testo avrebbe senso.

Quando hai capito che quello che stavi scrivendo si stava scollando sempre più dal suo plot originale, insomma, quando hai capito che la fan fiction si stava trasformando in un romanzo?
Dopo i primi cinque capitoli. Mi sono fermata e mi sono detta: se concludo qui, è una fan fiction, ma se vado avanti diventa una mia storia. Sono andata avanti.

Esbat prova a far interagire mondi diversi: il tuo, quello di chi scrive, il mondo dei personaggi che raccontano o che vivono le storie come quello dell’autrice di Inuyasha e di Ivy la ragazza italiana coinvolta negli avvenimenti e, infine, quello dei personaggi del manga che poi cercheranno una loro autonomia. Cosa ti ha spinto a questa interazione tra piani diversi?
Ecco: il mio personaggio non è l’autrice di Inu Yasha, in nessun modo. Bensì l’autrice di un manga che si chiama La leggenda di Moeru. La precisazione è necessaria: la Sensei è una mia invenzione, è l’eroina negativa cui ho sempre desiderato di dar vita, e non ha nulla a che vedere con persone reali. Quanto ai piani: be’, il mio non appare molto. Il narratore che tutto sa interviene soltanto in due momenti, quindi non ci sono riferimenti al mio mondo e alla mia vita se non quelli che chiunque scrive porta nelle sue storie, più o meno consapevolmente. Chi scrive ruba: non sono certo la prima a dirlo. Ruba agli altri, ma anche alla propria esistenza. E questo è avvenuto anche in Esbat. Quanto all’interazione: da lettrice, ho sempre amato le storie dove il sovrannaturale fa irruzione nel mondo quotidiano, più che le saghe ambientate in un mondo totalmente immaginario. Per questo ho creato i diversi piani. E perché credo che altri piani, infine, esistano davvero.

Quello che racconti nel romanzo nasce da un’altra storia, oggi viene riadattato dai fan in altre fan fiction, fan art, poesie, parodie. Quindi la tua storia oggi è materiale per altre narrazioni, un ciclo senza fine…
Questa è la cosa più bella che possa accadere ad una storia. Del resto, non è avvenuto sempre così? Quante versioni di Orlando Paladino conosciamo? Infinite. Perché non dovrebbe continuare ad accadere con racconti grandi e piccoli, ancora? Qualche giorno fa ho letto che Salinger si è opposto all’annunciato proseguimetno de Il giovane Holden da parte di uno scrittore. Comprendo, ma non concordo: il suo romanzo appartiene a chiunque lo abbia letto e voglia immaginare una sorte per il suo protagonista.

Raccontare storie attraverso un processo di reinterpretazione come quello della fan fiction sta aprendo nuovi scenari nella narrativa italiana?
Come ti dicevo, credo che quegli scenari siano sempre esistiti. La risposta è: può darsi. Ma a me piacerebbe parlare anche  di horror o di urban fantasy che dir si voglia. Credo che sia importante che, qualunque sia la provenienza della storia, si aprano scenari nuovi in questo settore.

C’è un’interessantissima analisi su Esbat compiuta da Angelo Scotto che, mettendo a fuoco una serie di punti del romanzo, secondo quanto scrive, questi trovano una certa sintonia con la logica della New Italian Epic proposta dai Wu Ming. Un punto mi sembra particolarmente calzante, quello che riguarda la comunità e la transmedialità. Che ne pensi?
Angelo Scotto è un teorico sopraffino, e la sua analisi mi ha commosso e inorgoglito. Credo che comunità e transmedialità siano caratteristiche fondamentali per chi scrive, oggi. Dopo di che, non credo di essere degna di avvicinarmi al New Italian Epic. A Roma si dice “hai voglia a mangiare patate”!

La tua storia in libreria è un esordio che si confonde nel mare sterminato dell’offerta narrativa, ma tu provieni da una fandom che ti ha sostenuto fortemente e chi ti apprezza, insomma, in Rete te sei già un’autrice. Senti qualche differenza nell’affacciarsi tra gli scaffali delle librerie italiane?
Sì. La presenza di lettori che hanno conosciuto e amato la storia sul web è un sostegno meraviglioso. Lo è stato nel corso della pubblicazione online e lo è ora, in termini di partecipazione, di affetto, di vicinanza. Ciò detto, Esbat resta una goccia nel famoso mare magnum. Di questo sono sempre stata consapevole e lo sono tutt’ora. Pubblicare è un inizio, non un traguardo.

Ultima domanda: cosa stai leggendo in questi giorni?
Ho finito Notturni di Ishiguro e vorrei leggere Educazione siberiana.

A che ora è la fine dei blog?

la fine dei blog2Siamo davvero giunti alla fine dei blog? Un articolo di qualche settimana fa pubblicato su Wired profila, o meglio, dichiara il tramonto di questo strumento. A confermarlo ci sono i numeri: stando a quanto dice Technorati nel 2008 si contavano intorno ai 133 milioni di blog, di questi però solo 7,4 milioni erano stati aggiornati negli ultimi tre mesi. Un vero e proprio esodo. Sì, ma dove? Probabilmente verso Facebook e Twitter. Il primo ormai è diffusissimo nel nostro paese, il secondo all’estero è sempre più popolare, mentre in Italia è ancora in fase di rodaggio. E questi offrono tempi e pratiche nel comunicare molto diversi. Se il blog anni fa veniva messo a confronto con il giornale cartaceo, considerando il post una forma breve, ridotta, dinamica rispetto all’articolo, oggi gli aggiornamenti quotidiani brevissimi pubblicati su Facebook e Twitter sembrano la sintesi dei post. E se i testi non scompaiono, allora si traducono in note condivise sul social network o in link suggeriti su Twitter. Credo, inoltre, che la diffusione di Internet dappertutto, ovvero sui portatili grazie alla connessioni wi-fi, ma soprattutto sugli smart phone influisca molto nella pratica di una comunicazione veloce, sintetica e soprattutto costante. Il tempo di aggiornamento ormai è alla soglia dello zero. Se quotidianamente su Facebook si pubblicano contenuti, questo non accade (almeno per tutti) sul blog. Io stesso ogni giorno, o quasi, aggiorno il mio stato di Facebook, mentre non lo faccio per il blog. Inoltre ho notato che ciò che scrivo su questo blog, spesso, decido contemporaneamente di comunicarlo anche sul social network. Non credo nella fine dei blog, credo, invece, nel declino del loro primato. Riguardo la mia esperienza, il blog non è più al centro della comunicazione, ma è parte integrante di un insieme di strumenti che se usati insieme permettono di espandere ciò che si pubblica. Quindi non pensate di liberarvi di me così facilmente, nonostante tutto, continuo ancora a scrivere su questo blog.

La vignetta è di Hugh MacLeod.

Comunicare i libri in Rete

Venerdì scorso sono andato a vedermi la presentazione del romanzo Ladro di sogni di Sergio Paoli. Del libro posso dirvi ancora poco perché attende tra la pila di romanzi ancora da leggere, ma sull’incontro vorrei invece spendere due parole. Innanzitutto penso che luoghi dove incontrarsi e parlare di libri (per poi divagare, come ogni buona chiacchierata esige), quando ci sono, vanno sostenuti, curati e frequentati. Se mancano vanno rivendicati. Tra Garbatella e Circonvallazione Ostiense c’è la libreria Rinascita (Via Prospero Alpino, 48) che ogni mese propone un bel po’ di eventi, molti dei quali, ovviamente, incentrati sui libri. In questo contesto io ed altri lettori ci siamo ritrovati per incontrare l’autore di questo romanzo noir. Dei tanti aspetti toccati, uno in particolare mi sembra interessante da proporre qui sul blog, quello del ruolo attivo dello scrittore oggi in Rete. Io Sergio Paoli l’ho conosciuto su aNobii, il social network dei libri, per poi scambiarci qualche mail e infine ricevere il suo primo libro, Rumori di fondo. Ho seguito su Facebook, attraverso un’operazione di vero e proprio micro blogging, le vicende che hanno portato prima la stesura, poi la pubblicazione ed infine la promozione del nuovo romanzo. Insomma, Sergio Paoli è l’ufficio stampa di sé stesso, non a caso tra i presenti, molti (probabilmente tutti, ma potrei sbagliare) erano lì grazie al lavoro di comunicazione svolto dall’autore sul Web. Per gli scrittori che pubblicano con piccole o piccolissime case editrici, la promozione, che deve essere affidata al mezzo più economico e flessibile che esista, ovvero la Rete, è un’intensa attività che li porta a partecipare nei luoghi dove la partecipazione si concentra. Non basta semplicemente dire “ehi, c’è il mio nuovo libro, che fai lo compri?”. Sergio Paoli si racconta su Facebook e allo stesso tempo promuove il suo romanzo. Condivide idee, riflessioni, sensazioni post incontro, il tutto arricchito da foto, note, commenti e così via. Insomma, fa semplicemente quello che il Web chiede di fare, dialogare.

Raccontare Romanzo Criminale per la TV, intervista a Leonardo Valenti

leonardo valentiRomanzo Criminale, la fiction trasmessa lo scorso inverno su Sky e che prevede una seconda serie in fase di produzione, è stata una piccola ma importante rivoluzione per la fiction italiana. A partire dalla storia stessa che offre una formula diversa della narrazione destinata alla televisione. Se dovessi usare un termine per definire il racconto sviluppato per le vicende della Banda della Magliana, questo sarebbe discontinuità. Sì perché alla base di tutto c’è la voglia di intraprendere percorsi diversi da quelli già visti, decisamente logori, nel narrare fatti di cronaca. E per questo va apprezzato lo sforzo della tv satellitare pronta a riempire spazi che la tv pubblica e quella commerciale hanno indebitamente trascurato. Soprattutto nel raccontare la violenza di una storia nera, la serie televisiva non si nasconde dietro facili approssimazioni come spesso accade. Per provare a capirne di più il blog ospita Leonardo Valenti, co-autore del soggetto e sceneggiatore della serie tv Romanzo Criminale. Classe 1975, oltre a scrivere per la televisione (fiction come Distretto di polizia e RIS) Valenti è anche impegnato nella scrittura di storie dedicate al fumetto. Qui sotto l’intervista. Si parla naturalmente di Romanzo Criminale, della sceneggiatura per una storia simile e di altro ancora. Buona lettura.

Prima domanda d’obbligo, personalmente, te la saresti immaginata un’accoglienza così positiva soprattutto del pubblico per Romanzo Criminale?
Sinceramente? In parte sì. Il panorama televisivo italiano è talmente asfittico che ero convinto che la serie sarebbe stata salutata come una boccata di ossigeno. Non pensavo che avrebbe avuto una penetrazione culturale e popolare così vasta, però. Ma, ovviamente, non può che farmi piacere.

Le vicende della Banda della Magliana hanno trovato spazio sia su carta, come romanzi e fumetti (che tu hai personalmente curato), che su pellicola, ora è il momento della televisione, secondo te qual è il fattore vincente di questa storia?
A Roma (e nel Lazio) la Banda della Magliana è una leggenda perché ha tentato di costruire un’alternativa capitolina alle grandi associazioni a delinquere del nostro Paese. Un tentativo che è fallito, schiacciato dagli individualismi e dalla poca lungimiranza. È il simbolo di una riscossa sociale che viene dal basso e che non passa attraverso lo Stato ma attraverso un Anti Stato criminale. Ma, in Romanzo Criminale, De Cataldo ha innestato elementi di finzione e molto popolari all’interno di questa leggenda criminale. In Romanzo Criminale i personaggi reali sono rielaborati usando figure archetipiche e stilemi del genere che hanno permesso una riconoscibilità e un’immedesimazione che va aldilà della cronaca (e dei miti locali). De Cataldo, inoltre ha tentato un racconto del Male italiano molto vicino al modello di Ellroy, incrociando cronaca nera, politica e finzione. Insomma, il successo di Romanzo Criminale è legato alla sua stratificazione e al suo essere un prodotto adatto a molti e variegati palati. Il successo del film e della serie, inoltre, sono attribuibili al fatto che sono tra gli unici esempi di gangster movies e noir all’italiana. Sono sbarcati in un terreno pressoché vergine dove è facile attecchire e trovare consensi. E questa risposta del pubblico ci dice che c’è sete di prodotti italiani di questo tipo. Speriamo che ce ne siano altri…

Nella serie emergono con forza le personalità dei diversi componenti della banda, i personaggi trovano una loro definizione a tutto tondo. Nella sceneggiatura, se ci sono, quali accortezze sono state prese per i singoli personaggi?
Chiaramente abbiamo definito le caratteristiche di ogni personaggio, prendendo dal libro e approfondendo. E per ogni situazione avevamo molto chiare le reazioni di ciascun personaggio.

Nello sviluppo della sceneggiatura ha partecipato anche Giancarlo De Cataldo che, a lavori conclusi, si è detto soddisfatto del risultato. Quanta farina del suo sacco c’è, e quanta ce ne avete messa voi?
De Cataldo non ha partecipato alla stesura delle sceneggiature. Ha supervisionato il lavoro. Il che vuol dire che ha letto ed è rimasto decisamente soddisfatto dal modo in cui abbiamo interpretato il suo romanzo. Quindi possiamo dire che, a parte i passaggi presi dal libro, c’è moltissima farina del nostro sacco.

La  ricostruzione dei fatti è ricca di dettagli, quali sono state le vostre fonti? E poi, la linea temporale degli eventi rispecchia quella del romanzo, del fatto di cronaca in sé o, invece,  avete cercato strade diverse?
I fatti raccontati nel libro sono ispirati ai veri fatti di cronaca della Banda, ma abbiamo approfondito l’argomento leggendo le sentenze legate alle vicende reali e interpellando De Cataldo che a riguardo, avendo seguito i processi, è un pozzo di sapere. La serie quindi non è fedele alla cronaca ma si ispira ad essa anche negli eventi creati ad hoc per la versione televisiva.

Romanzo Criminale, seppur si inserisce nel segmento delle fiction, a mio parere sembra mostrare caratteristiche diverse da quelle finora offerte dai produttori Rai e Mediaset. Una di queste differenze sta proprio nell’uso della violenza. Cosa c’è di diverso con Sky?
L’uso della violenza in Romanzo Criminale è connaturato all’essenza stessa del romanzo di partenza. Ecco, lavorare con Sky ci ha permesso di portare quella violenza sullo schermo intatta, senza compromessi. Sicuramente Sky sta cercando di diversificarsi dalle produzioni Rai e Mediaset cercando un impatto e un’impronta riconoscibili.

Ora Fox Channels Italy sta realizzando una mini serie tv che ripercorre le vicende del Mostro di Firenze e che andrà in onda il prossimo autunno su Fox Crime. Insomma, sembra che Sky abbia trovato nella cronaca nera italiana un filone da sviluppare.
Sky e Fox sono due entità distinte e separate. Possiamo dire che il satellite in generale, in queste sue prime incursioni nella produzione originale, sta cercando brand di richiamo per sentirsi più sicura della risposta del pubblico. Fox cercava un prodotto per iniziare a fare serie su Fox Crime. E “Il Mostro di Firenze”, in quest’ottica, è un brand di richiamo. È chiaro che, trattandosi di un canale dedicato al crimine e alle indagini, i prodotti riconoscibili da cui attingere provengono dalla cronaca e dai romanzi. Ma è un primo passo, immagino, verso la produzione di idee originali.

Tu scrivi non solo per la televisione, ma anche per i fumetti, e la cronaca nera è la protagonista indiscussa: prima con La banda della Magliana, poi con Il massacro del Circeo, entrambi pubblicati da Becco Giallo. Quando scrivi noti delle differenze?
Sicuramente. Quando si scrive per i fumetti si deve avere ancora più chiara la regia visiva della storia, per descriverla con precisione, vignetta dopo vignetta e farla comprendere al disegnatore. E poi va concepito il ritmo del racconto, interno al libro e alle tavole stesse. Insomma, è un lavoro decisamente complesso.

Poco tempo fa, dopo un caso di accoltellamento tra giovani a Roma, si è tornato a parlare in modo critico di alcuni contenuti trasmessi dalla televisione. Secondo il primo cittadino della capitale Romanzo Criminale è un’operazione culturale che comunica atteggiamenti sbagliati. Così anche per Il massacro del Circeo, dove c’è stato un acceso dibattito in Rete e su carta. Che ne pensi?
Sul dibattito legato a Romanzo Criminale ripeto quanto ho già detto a riguardo in altre sedi: il racconto, da secoli, è una catarsi delle passioni umane, di tutte le passioni umane, anche le più basse. Anzi, raccontare il Male e la violenza, è una forma di sublimazione delle stesse, per chi le scrive e per chi fruisce il racconto. Le cause degli accoltellamenti fra giovani andrebbero ricercate più approfonditamente nel tessuto sociale, strappato da mille contraddizioni. Il resto sono solo chiacchiere inutili. Per quanto riguarda la discussione nata su web e legata solo alla copertina del Massacro del Circeo, non ho molto da dire. La trovo frutto di una visione parziale e distorta. Rispetto il parere di chi l’ha trovata di cattivo gusto, ma non lo condivido. Tra l’altro nessuno dei partecipanti alla discussione aveva letto il libro. Chi lo ha fatto, lo ha apprezzato. Ed ha apprezzato anche la copertina. E pure parecchio. Mi basta questo…

Siamo giunti all’ultima domanda. Visto che su questo blog si parla anche di libri tu, in questi giorni, cosa stai leggendo?
In questo periodo sto leggendo Roma Noir di Cristiano Armati e Madre Notte di Kurt Vonnegut. E poi sto gustandomi l’ultimo volume a fumetti della serie noir Criminal di Ed Brubaker e Sean Phillips, un piccolo gioiello.

Ancora su Debora Serracchiani

deboraserracchiani2In una breve intervista telefonica per Repubblica, Debora Serracchiani affermava che la Rete è stato un terreno strategico per incontrare l’elettorato, iniziando proprio dall’ambiente dei social network, in particolare Facebook. E che, inoltre, l’aver curato personalmente le proprie pagine del “libro faccia” ha reso più diretta la comunicazione. Insomma,  anche il Web ha fatto la sua parte, partendo da quel famoso video su YouTube, per arrivare alla vittoria elettorale, la neo eletta nelle liste del PD al Parlamento Europeo è anche il frutto di un intenso lavoro svolto online.  Metto la retromarcia e torno a ciò che ho scritto un po’ di tempo fa proprio sulla Serracchiani, sul suo esordio e ascesa in Rete e sul suo approccio a Facebook. Nella mia analisi avevo considerato poco incisivo condividere contenuti e poi non partecipare personalmente e costantemente insieme agli altri. Di certo non si può limitare la campagna elettorale svolta nel Web solo alla logica dei social network, ma senza dubbio, in questa, c’è bisogno di un maggiore sforzo nelle relazioni. I dati però mostrano comunque un successo della Serracchiani davvero notevole e probabilmente anche quel livello di penetrazione assunto in Rete è risultato soddisfacente. C’è un aspetto che avevo sottovalutato nella mia precedente considerazione, il ruolo degli altri. Concentrandomi solamente sull’impegno della candidata, avevo erroneamente  tralasciato l’intensa attività svolta dai volontari su Facebook. Sono stati loro ad impegnarsi non solo a diffondere i contenuti, ma soprattutto a partecipare. Se nella maggioranza dei casi i commenti si basavano su un semplice augurio, un incoraggiamento, alcuni esprimevano idee e consigli, altri ancora dubbi e perplessità. Qui entravano in azione i volontari che si aprivano al confronto e partecipavano attivamente nel dialogo con chi voleva, appunto, confrontarsi. Debora Serracchiani ha trovato il supporto di diversi utenti che hanno alleggerito il compito di interazione, e ciò lo ha trovato nel sistema social network. Certo, la figura del volontario non è nuova, ma è diverso il supporto che questa compie su Facebook. Ogni utente/volontario estende il messaggio attraverso una rete di contatti e successivamente partecipa nella discussione di quel messaggio. Ciò che si invia non è una semplice cartolina elettorale, ma un oggetto che invita a partecipare. Si discute molto su Facebook e non sempre le tante parole spese risultano vane.

Qualcosa funziona, come la voglia crescente di entrare nelle segreterie chiuse dei partiti e parlare, confrontarsi. Dalle dimissioni di Walter Veltroni in poi il disagio dell’elettorato del centrosinistra si è manifestato anche in Rete. La mia interpretazione è che, ancora una volta, l’elettorato è apparso decisamente più aggiornato e dinamico rispetto al logoro e statico apparato dirigente. Ecco perché quel discorso fatto all’assemblea nazionale dei circoli postato su YouTube ha funzionato come megafono per ribadire la posizione degli elettori. E se il Web ha funzionato in quell’occasione, perché non riprovarci con la campagna elettorale? L’indagine del Censis indica i telegiornali, e quindi la televisione, come principale mezzo per formare un’opinione politica. È vero, ma è altrettanto vero, e questo il Censis di fatti non lo nega, che il Web rappresenta la principale fonte di informazione per le nuove generazioni. E se la Serracchiani ha raggiunto il piccolo schermo, buona parte dell’opera va attribuita proprio alla Rete dove il messaggio è partito. Per alcuni la sostanza delle cose dette da Debora Serracchiani, sia nel video di “esordio”, sia in campagna elettorale, sono sostanzialmente quelle che direbbe un qualsiasi elettore, quindi tacciate di essere troppo semplici e riduttive. A me sembra invece un coinvolgimento proprio di chi vuole dire qualcosa e lo fa anche, e sottolineo anche, con lo strumento della Rete. Il messaggio sarà semplice, ma arriva forte e chiaro.

Denti da latte aguzzi: un pò di pensieri e la recensione di “Lasciami entrare”

È l’era dei vampiri con i denti da latte. A dirlo è Vittorino Andreoli psichiatra e autore dell’introduzione del classico Dracula di Bram Stoker. Se in passato la figura del vampiro rappresentava il dominio del sesso, la voglia irrefrenabile di manifestare materia erotica attraverso il gesto di succhiare del sangue (di solito a qualche bella giovincella), oggi, invece, assistiamo all’ascesa di un nuovo modello di vampiro. Bello, ben pettinato, giovane, integrato nella società, spesso coinvolto in una storia sentimentale con una mortale, addirittura capace di non nutrirsi più di sangue umano, ma sostenersi con quello sintetico, come nel caso della serie televisiva True Blood. Vampiro modello è Edward di Twilight, saga di romanzi che si sta affermando come vero e proprio fenomeno adolescenziale (ma non solo). Si può pensare ad un mutamento del ruolo del vampiro nell’immaginario collettivo.

lasciami_entrare_filmRiguardo a quest’ultima considerazione credo possa risultare utile la riflessione di Andreoli. Secondo lo psichiatra, i vampiri che oggi vengono proposti sono privi, o quasi, di quella carica sessuale che da sempre aveva contraddistinto la figura di colui che, pur non potendo avere un rapporto sessuale con la vittima, agiva però attraverso gesti altamente erotici come mordere e succhiare sangue. Oggi invece si starebbe affermando una generazione di vampiri che rispecchia la crisi di un’identità forte dei giovani di oggi. Non solo, secondo alcuni questo spostamento dei significati legati alla figura del vampiri rispecchierebbero anche una caduta dell’uso ideologico del vampiro nella rappresentazione del padrone sfruttatore o del dittatore dei regimi totalitari. Non a caso nell’immaginario collettivo il vampiro è collocato ad uno dei pioli più alti della scala gerarchica, capace di sfruttare e sottomettere una popolazione spaventata. Il presente mostra un vampiro integrato che ha smussato i suoi spigoli, meno cattivo e più incline a capire e relazionarsi con la sua “vittima”. Tra virgolette perché più che vittima sembra una o un partner, una sintesi del significato di mortalità messo a confronto con quello di immortalità. E sicuramente scendendo a fondo del paradigma del non-morto, c’è una certa attrazione per l’immortalità, per quel vivere all’infinito senza nessuna barriera del tempo. Allora provare a relazionarsi con questo non-morire, magari con una storia d’amore, apre nuovi orizzonti e non è detto che si debba sempre scadere nello stucchevole.

lasciami entrareÈ il caso di Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist, romanzo in chiave vampiresca e che si concentra proprio sul rapporto vampiro-comune mortale (poco tempo fa è uscita anche la versione cinematografica). Nel libro questo smussamento del vampiro non è mi è parso così evidente, anzi lo scrittore svedese aggiunge un bel po’ di aspetti interessanti.  Il modello narrativo del romanzo all’apparenza sembra il solito, o meglio, quello più in voga al momento: un amore impossibile, invece c’è altro. Nella periferia di una Stoccolma dei primi anni ’80 c’è Oskar un ragazzino insicuro e costantemente messo sotto torchio dai suoi coetanei, bulli violenti. E poi c’è Eli, ragazzina esile, pallida che sembra non avere mai freddo, silenziosa e misteriosa, vive nell’appartamento accanto a quello di Oskar. I due fanno amicizia tra i cortili dei palazzoni scossi da diversi casi di omicidio. Col tempo Oskar scoprirà la l’identità vampiresca di Eli, ma, per arrivarci, il romanzo passerà per sottili sfumature dei comportamenti umani e su un leggero e semplice corteggiamento. Eli apparirà meno diversa di quello che può sembrare e Oskar, grazie anche a lei, prenderà coscienza della sua condizione provando a cambiarla. C’è un amore semplice tra adolescenti che si mescola a temi horror. Ma è un amore tra un comune mortale e un predatore come Eli che per vivere si ciba di sangue. E poi ci sono storie ancillari mai scontate, anzi, coraggiose. Come nel caso di Håkan, il “padre” di Eli, ma che in realtà si rivelerà il protettore umano della ragazzina vampira, che porta con sé il tema non facile della pedofilia. In questo caso l’uomo manifesta l’ossessione di possedere Eli  e per questo cerca vittime da offrirle. Queste storie secondarie con lo scorrere delle pagine prenderanno ad intrecciarsi finemente con la trama portante, silenziosamente, come una notte fredda a Stoccolma, dove due ragazzini giocano con il cubo di Rubik, la neve lenta cade e tutto sembra apparentemente immobile.

Roma, le periferie e il contagio

Io non conosco tutta la mia città, Roma. Io ne vivo una parte, un  segmento, una fetta di quella torta che ha le sue guarnizioni di asfalto e lamiere sul GRA. Ma quei confini si sfaldano, si espandono. Oggi Roma è anche al di fuori dall’anello che abbraccia le sue case. La distribuzione per quartieri, spesso, permette di vivere una città grande e impossibile da tenere in una mano più semplice, più alla portata. Io percorro le stesse strade durante la settimana. Mi fermo ai soliti semafori, conosco i loro tempi, mi sono adattato a quelle pause. Conosco ciò che tengo tra le mie mani. Io vivo una parte della città che in passato era periferia. Tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta la zona di San Paolo e Garbatella era una campagna dove, oltre ai lotti fascisti e la Basilica, c’era poco. Qua e là iniziavano a sorgere palazzoni di otto piani che col tempo avrebbero riempito gli spazi. Erano i luoghi dove Pasolini filmava alcune scene dei suoi film, dove nella notte via Ostiense si popolava di camion e camioncini pronti a caricare le merci dei Mercati Generali. Poi col tempo le cose sono cambiate. Oggi, ad esempio, i mercati non esistono più, per adesso c’è un cantiere, in futuro un’area destinata alle attività culturali. La zona dove vivo non è più periferia, è parte integrata di quel vivere normale che partendo dai luoghi patinati e turistici allunga le sue appendici fino a toccare tutto ciò che trova attorno a sé. Un contagio normalizzatore che però non sempre funziona, che lascia segni evidenti del suo passaggio o più semplicemente copre e nasconde i contrasti.

ilcontagioWalter Siti con il romanzo Il contagio, parla delle borgate di Roma. Le storie provengono da quei confini della città dove il centro non arriva o, se prova ad arrivarci, lo fa mettendo in pratica idee “centrali” e non “periferiche”. Protagoniste sono le voci della periferia che Siti tende a far emergere a discapito della concretezza delle figure. Per un professore, per un uomo di cultura, per uno che proviene da altro, sono storie amare composte da quei comportamenti che tanto stimolano copiose e sterili analisi sociologiche. Ecco, se c’è un pregio nel romanzo di Siti, questo sta proprio nel non voler analizzare fenomeni. Il distacco si sente, ovvero, la penna che racconta è consapevole di non far parte di quelle strade, non odora come quegli ambienti, prova a descrivere senza un giudizio perentorio. Il linguaggio è uno strumento utilizzato da Siti per poter portare per mano il lettore in quelle storie. Arrotondare le doppie, troncare le parole, aggiungere una parolaccia che al termine della frase fa lo stesso rumore della bomba, Il contagio si riempie di queste voci senza alcun filtro. Sono i suoni che provengono da quei luoghi, nulla più. E poi c’è un intenso amore omosessuale che si mescola con i luoghi, con quelle strade. Leggendo in Rete qualche commento al libro si ripete da più parti un paragone, una somiglianza, con Pasolini e il suo modo di raccontare le periferie romane. Non so se i confini di Roma sono sempre quelli pasoliniani. A me, delle periferie di oggi, rimane in testa una considerazione fatta da Ascanio Celestini un po’ di tempo fa. Nelle zone periferiche di questa città sorgono enormi centri commerciali dai mille e più negozi, dalle luci sfavillanti e dai prezzi al ribasso. Celestini scriveva di come le giovani famiglie trovino più conveniente mangiare a pranzo all’Ikea che fare la spesa. Ecco forse cosa distingue il centro dalla periferia, quel senso di instabilità che tra i monumenti e i turisti si maschera, non si fa notare. In periferia, invece, si manifesta per quello che è, un’enorme contraddizione che a volte va a finire nella cronaca nera, altre volte fa capolino nel flusso mediatico normalizzatore per i suoi disagi, per le sue divergenze. E in quel momento, quando la periferia appare a tutti, il suo filtraggio spetta a una televisione spesso terribilmente semplificatrice. Nel romanzo di Siti c’è l’intento di evitare un approccio centrale alle borgate puntando invece ad uno periferico, alcune sue pagine sembrano testimoniarlo.

Intervista a Luca Piergiovanni, il “Professor Podcast”

Poco meno di un mese fa avevo scritto del professore Luca Piergiovanni che con la sua classe, la 3°B della scuola media di Faloppio, sta portando avanti un interessantissimo progetto: fare podcasting a scuola. Dopo il post che ho scritto il prof si è fatto sentire, ringraziandomi per ciò che avevo pubblicato sul mio blog. Naturalmente non mi poteva sfuggire l’occasione di intasarlo di domande. Quella che leggerete qui sotto è l’intervista che ho realizzato al “Professor Podcast”, secondo il mio parere ci sono un bel po’ di elementi su cui riflettere. Buona lettura.
Faloppio scuola media servizio di podcast gestito dal professorPrima domanda: come ti è venuta in mente l’idea di realizzare un podcast con i tuoi studenti?
Mi sono innamorato del podcasting non appena ho compreso che poteva diventare un mezzo per coniugare la mia passione per la radio con quella per la poesia.
In una settimana ho letto avidamente tutti i libri dedicati al mondo del podcast per scoprirne il valore didattico e capire in che modo poteva aiutare i miei studenti a far emergere e coltivare la loro creatività e come poteva aiutarli ad avvicinarsi ad un testo poetico senza quegli odiosi tecnicismi che, specie se esasperati, finiscono per offuscare la naturale sensibilità poetica di un ragazzo.

Qual’è stato l’approccio degli alunni e la reazione dei tuoi colleghi a tale idea?
Erano entusiasti all’idea di poter abbinare ad ogni poesia una canzone, e a quel punto sono accadute cose che mi hanno letteralmente spiazzato, perché i miei studenti hanno cominciato ad apprezzare di più la versione di “Generale” cantata da De Gregori, piuttosto che la tanto osannata cover di Vasco Rossi (il loro idolo) e hanno iniziato poi a fare ricerche di loro spontanea volontà per approfondire il significato di certe poesie, finendo per impararsele anche a memoria. Dato il cambiamento avvenuto in loro, per diversi giorni ho temuto il peggio! Con i miei colleghi navigo tra lo scetticismo di alcuni, l’entusiasmo e la curiosità di altri e, fortunatamente, l’indifferenza di pochi.

Un aspetto che mi ha colpito del progetto che stai portando avanti, è quello di aver proposto lo studio attraverso l’utilizzo dei new media. I tuoi studenti hanno riscontrato delle difficoltà in questo?
Nonostante il loro vivere quotidiano immersi nella tecnologia, non sapevano cosa fosse un podcast e quindi la cosa, almeno inizialmente, ha creato loro qualche piccolo problema, ma poi posso assicurarti che ci hanno preso subito dimestichezza. In altre occasioni, del resto, avevo sperimentato in classe l’uso della lavagna interattiva, o di Google Earth per lo studio della geografia o ancora dei webquest per le ricerche su internet, ma è la prima volta che mi ritrovo a coinvolgere gli alunni nell’uso diretto di un mezzo tecnologico.

Oltre alla materia di studio che tu insegni, il podcast è colorato da tanta musica e mi sembra che questa sia una zona condivisa tra te e gli studenti. Credi sia importante per un insegnante saper interagire con linguaggi diversi, come ad esempio la musica?

Certo che è importante. Ci sono scuole, filoni di pensiero, che danno la massima importanza, per un pieno sviluppo dell’individuo, alle arti musicali e artistiche, e questo dovrebbe accadere in qualsiasi ambiente scolastico ed educativo.

Vivendo a contatto con dei giovanissimi, come ti sembra il loro rapporto con Internet, telefonino, videogames, insomma, con tutto quell’insieme di strumenti che spesso vengono incriminati di trasmettere valori negativi?

Ogni cosa ha i suoi aspetti positivi come quelli negativi, dipende da come ti rapporti ad essa, da come la vivi in prima persona. Spiegare ai ragazzi l’uso positivo che si può fare di certi mezzi, li aiuta a vederli sotto un’altra luce. Certo è che se non c’è nessuno che fa loro da guida, e che al contrario rifiuta a priori l’uso della tecnologia a fianco dei tradizionali metodi d’insegnamento, possiamo star certi che i giovani non verranno mai educati ad un utilizzo istruttivo di queste novità, ed anzi, si rafforzerà in loro quella visione negativa che già la stessa società molto spesso ci dà degli strumenti tecnologici.

Per un certo periodo i media si sono concentrati sul fenomeno bullismo nelle scuole e le testimonianze, molto spesso, erano dei filmati registrati con i telefonini e pubblicati in Rete. Oggi non se ne parla più, però è interessante notare come il sistema mediatico abbia trovato la facile associazione giovani e cattivo uso dei new media. Che ne pensi?

Credo che sia facile sparare a zero senza andare a fondo del problema e sia anche più conveniente visto che fa notizia. Ma non è giusto fare rientrare tutto il popolo degli adolescenti nel gruppo di quei pochi che hanno fatto un uso sbagliato dei media. Ultimamente, ad esempio, stiamo realizzando delle “interviste doppie”, stile Iene, per farci conoscere meglio da chi ci segue. Così facendo soddisfiamo in modo simpatico e inoffensivo il nostro desiderio di essere al centro dell’attenzione. Sentimento questo molto forte in un ragazzo di 13 anni, ma anche in un prof. di 36, ve lo posso assicurare!

A tuo parere la scuola italiana è pronta e soprattutto è capace ad accogliere una didattica che coinvolga i nuovi strumenti per comunicare?

Se penso alla crisi economica degli ultimi tempi con la conseguente mancanza di fondi da investire in ambito tecnologico, unita allo scetticismo di molti colleghi di fronte all’introduzione della didattica multimediale nelle aule, pronuncerei senza esitazione un secco no. Ma se ci pensiamo bene, tutto quello che ho fatto io con i miei alunni non è stato altro che mettere insieme un minimo di attrezzatura – che tutti possono facilmente procurarsi – e poi lanciarmi in questo progetto con tanto entusiasmo. Per il resto abbiamo aggiunto la nostra fantasia e voglia di fare.

Sapresti già dare un risultato su quello che stai facendo insieme ai tuoi studenti?

Più che positivo. Ci divertiamo un mondo e quando qualcuno entra nella nostra classe rimane stupito per come studiamo divertendoci. Il complimento più bello è stato sentir dire ai miei alunni che avevano “imparato giocando”. Per troppo tempo si è pensato alla scuola come un luogo rigido dove quasi era vietato ridere. Roba da Medioevo.
Infine, credi che questa esperienza potrà essere ripetuta e proposta anche ad altre scuole?
Mentalità aperta. Voglia di aggiornarsi. Voglia di mettersi in gioco. Voglia di divertirsi. Là dove ci saranno queste componenti potrà esserci anche il podcasting.

Gli eroi degli scaffali

frostiesEsistono diverse tipologie di supereroi. Ci sono quelli con muscoli e mantellina, quelli dai poteri straordinari o quelli che, pur non volando, si confermano eroi normali. Quelli poco o per niente umani, o quelli decisamente umani. Gli eroi sono una componente fondamentale per ogni cultura, la figura leader, l’esempio, l’archetipo spesso rappresenta un’idea condivisa, un fattore aggregante. Eroi antichi, come re buoni o come i principi azzurri delle fiabe, esempi di lealtà e di umanità, figure inattaccabili dalla corruzione quotidiana, originariamente usati come strumenti educativi. Attraverso le fiabe i più piccoli imparavano a distinguere quali atteggiamenti adottare e quali no nel loro esordio alla vita. La domanda è: oggi esistono ancora eroi? Osservando il successo ai botteghini dei film dedicati ai supereroi, direi proprio di sì. Una vera e propria seconda giovinezza per quei personaggi dei fumetti un po’ ingialliti nel tempo che oggi trovano slancio e tornano a far sentire il loro peso nell’industria culturale. Da Batman a Spiderman passando per Hulk e arrivando a Wolverine, i supereroi trovano nelle sale cinematografiche un successo che rinnova la loro natura originaria. Ma poi esistono una categoria di eroi sottovalutata eppure presente, quella degli scaffali del supermercato. Entrate nel vostro supermercato, fatevi un giretto per gli scaffali dove sono ordinati i cereali. Scatole coloratissime dove, di solito, ci sono scimmiette ammiccanti, tigri forzute, api aviatrici con occhialoni annessi. Poi passate al frigo, soffermatevi davanti al muro di yogurt, quelli più colorati sono rappresentati da una mucca con scarpe da ginnastica e bandana legata al collo. Ultimamente ha salvato degli anatroccoli che si erano persi la mamma chioccia o ha placato degli “screzi” tra bambini.  Un gesto eroico. Sono gli eroi degli scaffali, personaggi creati per supportare e valorizzare prodotti che dovranno essere venduti. Eroi del marketing, frutto di una attenta strategia commerciale, spesso, ma non sempre, rivolti ai giovanissimi come intermediari tra loro e il prodotto da consumare.

fruttoloPer Holly Stokes, della University of South Australia, che ha contribuito nella realizzazione di un interessantissimo saggio (già citato su queste pagine) intitolato Super/Heroes, i brand possono interagire con figure eroiche entro due differenti livelli. Il primo è un semplice accostamento del prodotto ad un eroe già conosciuto ed integrato nella cultura di riferimento. Il primo esempio che mi viene in mente è Ercole con la sua forza che rappresenta i biscotti Plasmon. Un classico. È una pratica di riciclaggio delle “categorie sociali”, come scrive la Stokes, con l’obiettivo di persuadere i consumatori facendo proprie figure e valori condivisi. Una relazione che, se forzata, se usata per mascherare una retorica del brand troppo scricchiolante, non porterà ad un successo effettivo. Magari più ad un’involontaria parodia di quella relazione. Esiste un secondo livello dove i brand tentano di mescolare prodotti ed eroi attraverso un mescolamento di questi due inedito e originale. Si definiscono nuovi eroi, nati e cresciuti per sostenere esclusivamente il consumo del brand. Degli eroi che agiscono sui scaffali dei supermercati. Gli spot televisivi riassumono in trenta secondi le avventure di questi eroi: è la scimmietta dei cereali Coco Pops a portare a termine gesti eroici, e il trionfo, spesso, viene celebrato consumando il prodotto pubblicizzato. Qui si parla di veri e propri brand tramutati in eroi, ciò comporta una valorizzazione di quel brand, una sua affermazione su un piano diverso da quello da dove è partito. Oltretutto quell’eroe si offre al suo target di riferimento grazie il consumo del prodotto alimentare, ma anche con il gioco garantito da sofisticati giocattolini o nel collezionare figurine e cards. Il consumo permette di attribuire valore al personaggio di riferimento e, allo stesso tempo, crea un passaggio tra fantasia e realtà colorando e agghindando la semplice consumazione di qualsiasi cosa disponibile su uno scaffale. Mai sottovalutare una mucca che salva un bel po’ di anatroccoli, siete avvertiti.

Una bufala mediatica niente male

Wu_Ming_LegioneQuella di dar vita ad una bufala mediatica che poi si diffonde nei canali comunicativi è una pratica che mi affascina. È un’ottima esercitazione per vedere “che effetto fa” provocare una destabilizzazione nel normale equilibrio del sistema dei media. I Wu Ming ne sanno qualcosa, in passato infatti con il progetto Luther Blissett sperimentarono nella seconda metà degli anni Novanta una vera e propria guerriglia mediatica contro l’industria culturale. Caso clamoroso fu il dirottamento di un bus notturno a Roma, episodio che fece urlare ai media il pericolo di una penetrazione del fenomeno Luther Blisett nelle sottoculture giovanili (questo era l’ultimo di diversi casi precedenti che avevano coinvolto e buggerato gli stessi media).  Adesso però c’è chi ha messo in piedi una bufala dove i protagonisti sono proprio i Wu Ming. Lo scorso primo aprile (già la data trapela sospetto) appare un post sul blog Malpertuis dal titolo “Wu Ming: Noi saremo Legione”, a seguire una ricca recensione dedicata al fantomatico nuovo romanzo del collettivo di scrittori. Ad integrare il testo tanto di copertina con grafica Einaudi (questa a sinistra) e dati del romanzo come nome della collana, codice ISBN, prezzo e numero delle pagine. Nell’ultimo numero di Giap i Wu Ming si sono complimentati con l’autore del post, non solo per la qualità della bufala, ma anche per aver messo in piedi un oggetto teorico/narrativo non-identificato davvero niente male. Infatti tutta la recensione ruota attorno ai concetti sviscerati nei mesi scorsi sul tema della New Italian Epic (NIE), modellando  questa impostazione teorica  sia nella trama che, anche se fasulla, mi sembra davvero interessante, sia nei falsi commenti degli altri personaggi che hanno letto il romanzo in anteprima. Il post riesce a riprodurre perfettamente anche le reazioni che, sul caso NIE, si sono concentrate in un intenso dibattito sullo stato della letteratura italiana. Perfetto il finto commento di Loredana Lipperini, ve lo dico da lettore affezionato al suo blog, sono riuscito a riconoscere lo stile di scrittura normalmente usato nei suoi post.

Se una bufala funziona, allora si propaga. Questa volta la reazione non è stata così massiccia e coinvolgente forse perché già l’8 aprile su Carmilla c’era stata la smentita. Ma qualcuno c’è cascato. Appena pubblicato il post che annunciava il nuovo romanzo dei Wu Ming Book Blog si fa trovare pronto e rielabora lo stesso primo aprile lo scoop. A catena arriva un commento entusiastico sul forum del gruppo anobiano “Noi del Ghetto dei Lettori”, ma c’è solo una risposta, probabilmente il social network dei libri ha captato lo scherzo. Poi la notizia si spenge, peccato. Comunque resta la qualità della messa in scena curata nei minimi dettagli e l’idea per una storia stuzzicante. Complimenti all’autore.